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Accademia

Qualche tempo fa un amico mi ha segnalato il seguente testo, trovato in Rete:

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«Perché così tanta compassione per i bambini? «I morti sono un centinaio, tra cui dieci bambini». La distinzione, senza individuazione, è fatta esclusivamente per quegli anonimi piccoli dieci, ma sotto il lenzuolo ce ne sono altri novanta. «Tra le macerie, tre bambini». E chi era con loro, prima che la casa crollasse?
Qui il pensiero soggiacente è la nostra, tutta moderna, ossessione biologica per la specie. Il bambino ucciso o straziato dalle ferite ha più peso e avrebbe più diritto alla compassione in quanto a lui è stato affidato l’immaginario dovere di seminare nuova sventura umana nel criminale e stupido procedere dell’inumana Storia!
Tutto il nostro puntuale impietosimento va ad ovaie e a testicoli promettenti ma immaturi, non a un Giovannino o a una Angelica in quanto persone.
Nel cono di luce violenta l’asilo infantile bombardato si beve l’intero compianto; l’ospizio con una trentina di Alzheimer, di crocifissi alle carrozzine con le loro infermiere, decine di corpi mostruosamente ustionati o sepolti sotto macerie, accende un tacito sollievo.
Nell’invisibile non ci sono ovulazioni.
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L’autore sarebbe, e certamente è, Guido Ceronetti (da Insetti senza frontiere).
È un testo molto intenso e del tutto condivisibile. Ho chiesto quindi gli esatti riferimenti bibliografici ma sembra che l’autore del sito nel quale il testo compare non inserisca i riferimenti perché ‘non vuole fare dell’accademia’. Un’affermazione che è caratteristica delle dinamiche di Internet. Con il pretesto di «non voler fare accademia» trovo infatti aforismi, affermazioni, pensierini attribuiti con certezza a Shakespeare, Platone, Nietzsche e che costoro non si sarebbero mai sognati non dico di scrivere ma neppure di pensare da ubriachi. E tuttavia circolano in modo virale e centinaia di migliaia di persone sono convinte che il bacetto perugina che hanno appena letto sia stato scritto da Platone perché sotto il bacetto compare questo nome.
Si tratta di un fenomeno che disprezzo. Sfornare citazioni senza indicare la fonte è nel caso migliore indice di superficialità, nel peggiore un imbroglio. Il pensiero e la conoscenza non sono un giochino di società, sono il senso stesso del mondo. Senza la fonte non è ad esempio possibile discutere le parole di Ceronetti con l’esattezza che meritano, non è possibile confrontarsi con esse in un modo che non sia soltanto soggettivo e impressionistico ma rigoroso e condiviso. A questo serve la probità del metodo, a questo serve l’«Accademia», il resto è sentimentalismo o aggressione. Le due facce complementari dei Social Network.

[Photo by Roman Kraft on Unsplash]

Sul tempo: dialogo con un fisico

L’Università è un comunità viva di studiosi. Tra i colleghi con i quali mi vado confrontando sul tema del tempo c’è Alessandro Pluchino, Professore di Fisica teorica nell’Ateneo di Catania. Elemento del confronto è stato anche lo studio di un suo libro dedicato a Tempo, cosmologia e libero arbitrio. I tre argomenti complessi e fondamentali che danno il titolo al  testo vengono affrontati con una metodologia aperta e con una scrittura sempre vivace.
Metodologia ‘aperta’ nel senso che Pluchino coniuga teoremi matematici, istanze epistemologiche e intuizioni mistiche provenienti dalle culture orientali e sempre più condivise da numerosi fisici e cosmologi contemporanei. Alessandro ha voluto pubblicare la nota che ho scritto sul volume. Questa la sezione del suo sito dalla quale è possibile scaricare il pdf:  Altri scritti.

Democrazia degli antichi e dei moderni

Nel mondo antico fu soltanto in Grecia che venne compresa e riconosciuta l’origine umana e non divina dell’autorità e la conseguente legittimità delle diverse opinioni e interessi in lotta tra di loro per l’acquisizione e la gestione del potere. La democrazia ateniese rappresenta non soltanto un unicum nella storia delle costituzioni politiche ma è per molti versi più avanzata delle democrazie contemporanee. Se infatti un suo duplice limite è costituito dalla schiavitù e dalla esclusione delle donne, tale limite è comune agli antichi ateniesi e ai fondatori della democrazia moderna. Anche i coloni inglesi che diedero vita agli Stati Uniti d’America e i rivoluzionari francesi difendevano infatti la schiavitù ed escludevano le donne dall’esercizio del potere.
La democrazia ateniese è più radicale di quella moderna per il fatto che non si limitava alla rappresentanza. Era una forma di democrazia diretta che prevedeva il sorteggio delle cariche tra tutti i cittadini maschi e liberi. «Solo poche magistrature, per le quali erano richieste competenze specifiche, erano elettive. Tutte le altre funzioni pubbliche erano affidate a persone non elette, ma estratte a sorte fra tutti i cittadini. Inoltre, le leggi proposte dalla Boulé dovevano essere votate dall’assemblea di tutti i cittadini (ecclesía)» (Lucio Russo, Perché la cultura classica. La risposta di un non classicista, Mondadori 2018, p. 27).

La democrazia ateniese è una delle tre grandi eredità del mondo antico. Le altre due sono il metodo dimostrativo euclideo e il primato del diritto pubblico.
La perdita della terza eredità -il diritto publico- è diventata estremamente pericolosa per i destini delle democrazie contemporanee. Si tratta di un elemento giuridico ben compendiato nei principi delle Institutiones giustinianee, le quali distinguevano quattro tipi di beni: res divini juris; res communes omnium; res pubblicae; res privatae. Vale a dire, i beni che riguardavano direttamente la sfera del sacro, i beni appartenenti a tutti gli umani in quanto tali, i beni di proprietà del popolo romano, i beni delle singole persone.
Ebbene, nel mondo romano soltanto queste ultime, le res privatae, potevano essere acquistate, vendute, fatte oggetto di transazioni commerciali. Il resto, tutto il resto, era proprietà collettiva che né i consoli, né il senato e neppure la figura autocratica dell’imperatore avrebbero potuto toccare, scambiare, privatizzare. Un rispetto per la proprietà comune, e per le esigenze fondamentali dell’umano, che è stato dissolto dal capitale e dalle sue vittoriose propaggini liberiste contemporanee, che tendono invece con successo a privatizzare, sfruttare, esaurire le risorse indispensabili alla collettività come -prima di tutte- l’acqua, le coste, i fiumi. E dunque «l’ideologia neoliberista attualmente dominante, che ha liberato il mercato da qualsiasi limite o regola e non concepisce beni che non siano merci, per imporsi ha dovuto operare una frattura con la tradizione del diritto romano» (p. 186).

Questi tre elementi fondamentali -il metodo dimostrativo perfezionato durante l’ellenismo, la democrazia greca, il diritto romano- costituiscono un patrimonio vitale, che soltanto una vera e propria barbarie sta progressivamente ma tenacemente eliminando sia dalle scuole europee -«divenute sempre più generici luoghi di intrattenimento e socializzazione. In Europa questo processo è stato agevolato dall’atteggiamento assunto dai partiti tradizionalmente ‘di sinistra’» (p. 109)- sia dalla Università, con una serie di motivazioni molto diverse ma tendenti tutte -che ne siano consapevoli o meno- alla dissoluzione di ciò che a partire dal VI secolo aev è stato il nostro continente.
Tralasciare o cancellare lo studio dei testi greci e romani, nelle loro lingue, non costituisce soltanto una perdita di conoscenze filologiche o erudite ma significa anche e soprattutto non comprendere più i contenuti fondamentali della vita collettiva, produttiva, simbolica del XXI secolo. L’intera nostra concezione del mondo si è formata infatti «attingendo in modo essenziale a fonti classiche, spesso non riconosciute, ed è poco comprensibile a chi le ignora» (p. 12).
Non si tratta dunque di difendere i Greci o di proporre la salvaguardia di una qualche forma di classicismo, si tratta di garantire le condizioni minime della nostra autocomprensione e della conseguente capacità di agire in modo equilibrato, consapevole e fecondo, invece che come marionette in mano ai modi di produzione dominanti.
Anche per questo la distinzione ontologica tra saperi cosiddetti ‘scientifici’ e saperi cosiddetti ‘umanistici’ non ha senso. Si tratta di una dicotomia non soltanto del tutto artificiosa e «che sarebbe certo impossibile da spiegare a un intellettuale dell’antica Grecia» (p. 5) ma anche di una separazione che rende poi difficile agire sia nell’ambito della scienza -come si vede dal crollo delle capacità argomentative diverse dall’urlo televisivo o facebookiano- sia nell’autocomprensione del nostro collettivo e quotidiano stare al mondo.

Una lettura

Ringrazio l’équipe del fotografo Franco Carlisi che ha ripreso e montato con rigore ed empatia la lettura del racconto Di stelle e di buio, in occasione della presentazione del volume di Carlisi ll valzer di un giorno al Dipartimento di Scienze Umanistiche di Catania il 9 novembre 2018. L’elemento per me più interessante è costituito -oltre che dalle immagini iniziali dello splendido Monastero dove lavoro- dai volti degli ascoltatori, con le loro espressioni sorprese, attonite, divertite, attente. Tra questi volti, numerosi miei studenti che ringrazio ancora una volta per la presenza affettuosa e partecipe.

 

Παιδεια

Per la παιδεία
in Koiné, anno XXV – 2018
«Per una scuola vera e buona»
pagine 91-101

In questo testo ho ripreso alcune delle analisi formulate in due contributi pubblicati sulla rivista «Punti Critici»: Educazione e antropologia (1999) e Sulla «Grande Riforma» della scuola italiana (2001).
I non pochi anni che ci separano da quelle riflessioni hanno confermato la plausibilità e attualità di quanto vi avevo argomentato. E questo è in gran parte un dramma poiché significa che è continuato il processo di dissoluzione delle conoscenze in astratte e sterili competenze; significa che è proseguita l’imposizione alle scuole e alle università di un lessico finanziario fatto di crediti e di debiti formativi; significa che la conoscenza è diventata un carico di merci da scambiare secondo le regole di un capitalismo non si sa se più arcaico o postmoderno.
L’Università disegnata da tali paradigmi è frutto di un riformismo artificioso e semplicistico. Un riformismo omologante nel suo ignorare completamente la diversa evoluzione storica degli istituti di formazione; perdente nell’adottare modelli che nei Paesi anglosassoni hanno fallito; indifferente ai contenuti e alle finalità dell’insegnamento e tutto giocato sul piano istituzionale-organizzativo; americanizzante nei suoi presupposti ideologici e nelle sue concrete articolazioni.
Tutto questo è coerente con la tendenza alla globalizzazione dell’economia: costruire una società di esecutori dotati di diplomi di bassa qualità, lasciando che a decidere il modello di sviluppo e a gestirlo sia un’élite di tecnocrati. Per tutti gli altri è sufficiente il luccichio del nulla televisivo, l’aggressiva superficialità dei social network, la patetica commedia dei Corsi Zero.
A questo degrado oppongo il significato e la viva attualità della παιδεία, della relazione viva, libera, rigorosa e feconda tra l’allievo e il maestro. La struttura del fatto educativo è socratica, sempre. Nessun docente può garantire alcun risultato se in chi lo ascolta non c’è predisposizione all’apprendere e volontà di riuscirci. L’educatore non è onnipotente; l’educando non è una macchina plasmabile in qualsivoglia forma; l’educazione è rapporto fra persone, è incontro di libertà sempre dinamiche, sempre in movimento. Movimento e divenire è infatti l’insegnamento, poiché se «i greci esistevano nel discorso» come è evidente sia nel Gorgia di Platone sia nella Retorica di Aristotele, allora «insegnare significa parlare a un altro, rivolgersi all’altro nel modo del comunicare. L’essere proprio di un insegnante è: stare davanti a un altro e parlargli, per la precisione in modo tale che l’altro, ascoltando, lo segua. Si tratta di un nesso ontologico unitario determinato dalla κίνησις» (Heidegger, I concetti fondamentali della filosofia aristotelica [1924], trad. di G. Gurisatti, Adelphi 2017, § 13, p. 140 e § 28, p. 353).

Il testo è articolato nei seguenti paragrafi:
-Scuola e politica
-Conoscenze e competenze
-Socratismo e comportamentismo
-Marketing e analfabetismo
-Europa e παιδεία

Il magistero di Mario Dal Pra

È da poco uscito un ampio volume dal titolo Mario Dal Pra nella ‘Scuola’ di Milano: la filosofia nella storia della filosofia e della scienza. La filosofia come riflessione critica sulle varie tradizioni concettuali (a cura di Fabio Minazzi, Mimesis 2018).
Dario Generali, che di Dal Pra è stato allievo, vi ha contribuito con un saggio su Mario Dal Pra: un maestro di rigore scientifico e civile nella Statale degli anni Settanta (pp. 507-515).

È un testo molto bello, che -autorizzato dall’Autore, che ringrazio- metto qui a disposizione di chiunque voglia capire le condizioni e le contraddizioni dell’università italiana, a disposizione in particolare dei miei studenti.
Generali descrive infatti con la consueta lucidità la propria vicenda accademica, il legame con il suo maestro, la figura di Dal Pra come filosofo e cittadino, gli eventi e i contesti nei quali essa ha operato.
È un testo anche drammatico ed emozionante. Drammatico per le pratiche spesso inique che vi emergono, emozionante per il modo sempre intriso di tenacia ed equilibrio esistenziale con il quale Generali ha affrontato gli eventi che narra. Si tratta dunque di una testimonianza culturale, scientifica e civile di grande importanza, nella quale viene descritto con chiarezza il clima che si respirava alla Statale di Milano dopo la scomparsa dei grandi maestri degli anni Settanta.
A riprova di tutto questo segnalo alcuni brani particolarmente significativi.
Il primo si riferisce alla metodologia di ricerca sviluppata da Generali a partire dal lavoro di Dal Pra: «Un modello di storia della scienza attento non più solo alla idee filosofiche della scienza, ma anche ai suoi aspetti operativi, che non venivano più considerati dettagli tecnici ininfluenti, ma aspetti rilevanti per il suo sviluppo al pari di quelli teorici, con la conseguente definizione di un autonomo statuto epistemologico della disciplina, ormai chiaramente distinto rispetto a quello della storia della filosofia, dalla quale pure era partita la rinascita della storiografia della scienza del decennio precedente» (p. 509).
Il secondo è una verità che, dopo molti anni di insegnamento, risulta anche per me evidente: «Ogni docente, dalla scuola primaria all’università, insegna in primo luogo e fondamentalmente se stesso» (p. 513).
Il terzo è espressione della forza con la quale Generali coniuga lavoro filosofico e testimonianza civile: «A questo modo di procedere mi indirizzava però con forza il modello dalpraiano, che avevo sposato senza riserve, di una società governata dalle strutture della razionalità e non dalle forme irrazionali e premoderne di un potere fondato sulle relazioni personali» (p. 514).
Infine, mi ha colpito il riferimento che Generali fa a uno dei più significativi libri di Mario Dal Pra, la «splendida monografia sullo scetticismo greco» (p. 512). E mi ha colpito perché da studente iscritto al primo anno di Filosofia alla Sapienza di Roma seguii un corso di Storia della filosofia antica dedicato proprio allo scetticismo e fu allora che lessi anch’io l’eccellente libro di Dal Pra, che conservo con cura nella mia biblioteca nell’edizione in due volumi della Universale Laterza. Il libro è di 580 pagine ed era uno dei tanti che chi affrontava quell’esame doveva studiare, insieme naturalmente alle fonti dirette del pensiero scettico. È così che si fa filosofia, è così che la si insegna.

Riviste di Filosofia

Bizzarra è spesso la logica che muove gli apparati burocratici, che da strutture al servizio di un’attività si trasformano in autoreferenziale insensatezza. Un esempio assai chiaro è l’ANVUR –Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (consiglio di aprire il link, anche per notare la tristezza del sito)- istituita nel 2006 e che in pochi anni è riuscita a trasformare la ricerca, vale a dire il cuore di ogni società complessa che non voglia perire, in un cumulo di lutti dell’intelligenza. Uno degli strumenti a questo scopo è la differenziazione delle riviste scientifiche in riviste (e basta) e riviste di «classe A». Una distinzione esclusivamente italiana, assente in qualunque altra parte del mondo e là dove fu tentata ben presto cancellata.
In base a tale distinzione, un articolo o un saggio pubblicato su una rivista di classe A sarebbe solo per questo migliore di un articolo o un saggio pubblicato su una rivista non di classe A.  L’errore logico-scientifico che sta alla base della partizione tra riviste e riviste di classe A è evidente e consiste nel far dipendere il valore del contenuto da quello del contenente, far dipendere l’argomentazione dalla sua confezione, far dipendere il pensiero dalla sua sede editoriale.
Gli effetti molto negativi di tale classificazione sul sistema universitario e della ricerca sono molteplici e vengono ben evidenziati in un documento redatto da numerose riviste di area filosofica, che invito a leggere per intero (sono solo quattro cartelle) e del quale riporto qui alcuni brani.

Per un coordinamento delle riviste di filosofia [Documento completo, pdf]

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Questo documento è aperto alla sottoscrizione di tutte le riviste edite in Italia e operanti per intero o parzialmente nel campo degli studi filosofici. Esso intende costituire la base progettuale per un coordinamento della loro azione anche a fronte della complessità dei problemi e degli eventi che in Italia particolarmente oggi richiamano la filosofia alla responsabilità del proprio ruolo pubblico.
[…]
La presenza di una originale ed autonoma progettualità sembra essere in genere un carattere distintivo delle riviste scientifiche, che non possono quindi considerarsi alla stregua di semplici contenitori il cui livello di interesse scientifico e culturale sia unicamente commisurato alla qualità scientifica mediamente rilevabile nei saggi in esse pubblicati. Questo carattere emerge con particolare forza nel caso delle riviste di area filosofica, nate assai spesso come espressione di specifici indirizzi metodici e tematici, di progetti scientifici e culturali diversi e a volte fecondamente rivali, la cui storia, il cui variegato intersecarsi, i cui sviluppi e le cui trasformazioni nel tempo fanno corpo unico con la storia stessa della filosofia del Novecento. La conservazione di queste specificità e del pluralismo di cui sono espressione è un bene irrinunciabile che non va messo a rischio, ma anzi valorizzato al massimo grazie all’accoglimento di un comune canone di rigore metodologico e procedurale. Un requisito egualmente irrinunciabile è l’amplissima trasversalità disciplinare della produzione scientifica nel campo; una trasversalità che non va confusa con il dilettantismo e la genericità dell’analisi, ma intesa come rigorosa interdisciplinarità e come espressione di quella apertura ai risultati scientifici di discipline a vario livello confinanti (dalle scienze naturali alle humanities, alla storia, al diritto, all’economia, alla teologia), che sembra essere costitutiva della ricerca filosofica.
[…]
Sebbene l’accoglimento o meno del contributo sia vincolato al giudizio dei referee, lo scopo della revisione non si esaurisce nella formulazione di un tale giudizio, che andrà comunque accuratamente argomentato; l’opera dei revisori può rivolgersi anche all’autore per offrirgli un utile strumento di confronto, eventualmente anche attraverso proposte di modifica e suggerimenti critici.
La procedura di revisione a doppio cieco non è necessaria dove si tratti di contributi la cui pubblicazione impegna direttamente la responsabilità delle Direzioni e del disegno culturale e scientifico delle riviste.
[…]
Lo standard di qualità, che gli strumenti e le regole di cui sopra mirano a conseguire, intende superare ogni classificazione e non contempla alcuna ipotesi di distinzione per classi o fasce di scientificità. Il maggiore o minore prestigio di una rivista è un fattore certamente inevitabile della ricerca scientifica, che deve tuttavia essere lasciato alle libere, mutevoli e non standardizzabili dinamiche delle comunità scientifiche.
La precisazione è d’obbligo in Italia, dove la valutazione della ricerca, affidata dalla normativa vigente all’ANVUR, ha investito in modo diretto, tramite gli strumenti con cui si è scelto di attuarla, l’ambito operativo delle riviste “scientifiche”. Lo strumento che si è privilegiato per i cosiddetti settori “non bibliometrici” è quello di un rating che istituisse una lista di riviste di “classe A”, considerate di elevato standard qualitativo. Sebbene rivolta a riviste provenienti da ogni paese, questa classificazione non gode di alcun riconoscimento presso la comunità scientifica internazionale, ha validità solo per la legislazione italiana e obbedisce sostanzialmente a finalità interne all’economia della ricerca universitaria.
Data la diversa natura delle finalità che ispirano l’accordo di cui al presente documento, va da sé che lo strumento del quale si è detto non può qui essere preso in considerazione. […] La fissazione di una lista di riviste di “elevato” standard qualitativo può solo condurre, infatti, a una valutazione meccanica che prescinda dai contenuti progettuali e dal valore intrinseco delle pubblicazioni, con il risultato di trasferire anzi su queste ultime il rating del contenitore. Favorisce inoltre una maggiore “settorializzazione” delle pratiche di pubblicazione, che scoraggia forme di ricerca interdisciplinare, dato che la classificazione è stata riferita a singole aree o settori disciplinari. È anche tendenzialmente lesiva della ricchezza e della pluralità del panorama culturale, e delle corrette condizioni del mercato editoriale, determinando di fatto un pregiudizio notevole a danno delle riviste non incluse nella classe A che, trovandosi fatalmente svantaggiate nelle scelte degli autori, vedranno messa a rischio anche la capacità di mantenere un adeguato standard di scientificità e di conservare l’interesse dei lettori. Favorisce inoltre il diffondersi di un comportamento adattativo e conformista da parte dei giovani ricercatori.
[…]
La presentazione o meno di contributi alla VQR, da parte degli autori italiani, è soggetta a troppe variabili casuali o estrinseche per essere considerato un indicatore anche solo approssimativo di qualche affidabilità.
[…]
L’aspetto focalizzato in quest’ultimo rilievo è degno di particolare attenzione. Esso concorre a conferire al rating delle riviste, comunque messo in opera dall’Agenzia, i tratti inquietanti di un intervento esercitato dall’alto e da parte di una istituzione di nomina governativa su libere dinamiche culturali, protette dall’art. 33 della Costituzione.
[…]
Il documento è aperto alla sottoscrizione di altre riviste che lo condividano.
Per adesioni o informazioni scrivere a: coordinamentoriviste@gmail.com 
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La rivista Vita pensata, della quale sono direttore scientifico, ha aderito al documento, che si può leggere anche on line sul sito della Società Italiana di Filosofia Teoretica.

 

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