Skip to content


Federico II. Un imperatore medievale

di David Abulafia
(Frederick II. A medieval emperor, 1988)
Traduzione di G. Mainardi
Einaudi, 2006
Pagine XII-401

La lettura che David Abulafia traccia dell’Impero e del Regno svevo in Sicilia è controcorrente rispetto alla caratterizzazione più diffusa della figura di Federico II. In esplicita contrapposizione a Kantorowicz e a tutta la storiografia che ha accolto un’immagine dell’Imperatore quale despota illuminato e anticipatore dello Stato moderno, Abulafia descrive Federico come un «uomo del suo tempo» (pag. 364), molto meno spregiudicato dal punto di vista ideologico, meno tollerante con le fedi non cristiane, meno energico nella lotta contro i papi. I provvedimenti giuridici dell’Imperatore a partire dalle Costituzioni di Melfi (1231) sarebbero stati in linea con la tradizione normanna o puntarono a riconoscere dei diritti consuetudinari già acquisiti. Anche nel campo culturale e ideologico l’azione di Federico fu secondo Abulafia meno incisiva di quanto si ritenga, a causa delle forti spese di guerra, e poco innovatrice nella sostanza, a parte la passione ornitologica e naturalistica e il decisivo contributo alla creazione della lirica italiana.

Particolare attenzione viene posta alla distanza fra le ambizioni proclamate nelle dichiarazioni e nei testi della Cancelleria imperiale e le effettive realizzazioni, certo più modeste e inclini al compromesso. La burocrazia meridionale viveva di corruzione e privilegi, comuni a ogni ufficio medioevale (e non solo…); la coesistenza fra cristiani, musulmani ed ebrei fu più effettiva in Castiglia che nel Regnum Siciliae tanto che «il regno di Federico II segna la fine, non la rinascita, della convivencia» (367); la stessa rivendicazione dell’identità universale dell’Impero è il risultato della confluenza di tradizioni sveve e normanne. Ecco la parola chiave: tradizione. Abulafia identifica le cose migliori del governo di Federico in ciò che esso seppe assimilare dalla tradizione, in particolare normanna. Precisamente, furono eredità degli Altavilla «il fiscalismo e la concezione del re come erede del princeps romano» (34).

Abulafia sintetizza il senso della politica di Federico nell’aggettivo «dinastica» (365): l’orgoglio del potere pervenuto tramite i nonni Barbarossa e Ruggero II e la preoccupazione di trasmetterlo intatto e accresciuto agli eredi Hohenstaufen. Un’intenzione, come si vede, coerentemente medioevale.
Al centro del libro vi è, naturalmente, il rapporto di Federico con i papi. Moderazione, compromesso, collaborazione -per quanto guardinga e diffidente- caratterizzarono l’intesa fra l’Imperatore e Onorio III. L’obiettivo di entrambi, e quello di Federico in particolare finché non venne attaccato con grande violenza, fu «una concordia interdipendente tra le due massime autorità terrene: collaborazione nel nome della pace» (243). Dopo la morte di Onorio, i rapporti con Gregorio IX e Innocenzo IV furono sempre più conflittuali fino al clamore della deposizione di Federico da ogni titolo, carica e possesso, pronunciata a Lione nel 1245 da Innocenzo IV.

Se l’Autore ridimensiona la figura dell’Imperatore “moderno e libero pensatore”, l’immagine dei Papi ne esce in ogni caso molto male. Gli intenti teocratici e la violenza dei metodi sono descritti con efficacia. Innocenzo III «non aveva dubbi che la funzione “correttiva” del papato potesse estrinsecarsi attraverso atti autorizzati di violenza» (81); con l’ascesa al soglio di Gregorio IX «la cooperazione tra papa e imperatore cedette il passo all’idea della subordinazione dell’imperatore al papa» (137); i canonisti guelfi e curiali teorizzarono la necessità della violenza contro chiunque non accettasse l’autorità della Chiesa; «i pontefici del XIII secolo gratificarono gli Hohenstaufen di un linguaggio di violenza estrema» (264) e, in generale, nella guerra contro Federico «sovversione e menzogna furono i metodi adottati dal Vicario di Cristo» (164).

Notevole merito di questa ampia e appassionata disamina è il mostrare evidenti le differenze fra la concezione e la pratica del potere nel Medioevo e quella dei secoli successivi. Rispetto a qualunque sovrano nazionale e territoriale dell’Europa moderna e contemporanea, rispetto al potere di controllo degli esecutivi repubblicani e democratici, l’autorità di un Imperatore pur ricchissimo di carisma -quale Federico fu- si riduce a ben poca cosa. Essa è infatti formalmente vastissima, di fatto limitata, esautorata, annullata da una miriade di poteri locali a volte collaboranti in vista di esenzioni e privilegi, più spesso operanti al fine di ottenere la più ampia autonomia amministrativa e indipendenza politica. Dove il libro invece risulta più debole è nell’analisi economica, limitata perlopiù alla descrizione dei rapporti di Federico con i grandi finanziatori delle sue imprese e alla analisi delle conseguenze che un sistema fiscale esoso e oppressivo apportò nei suoi territori e in particolare nell’isola.

Certo, rimane difficile sottrarsi al fascino e all’ammirazione per una figura forse unica e per il confluire in essa di tante aspirazioni e tradizioni. Per i contemporanei Federico a volte costituì l’Anticristo, altre fu il «il flagello di un corpo ecclesiastico empio e peccaminoso» (359), per moltissimi rappresentò in ogni caso lo Stupor mundi. Non è facile sfuggire a tanta suggestione ma forse è doveroso e l’opera di Abulafia dà un importante contributo alla comprensione del mito di un Imperatore quale «non vi è stato né vi sarà» (361) per cogliere la realtà storica di un regno sottoposto a fortissime tensioni e condizionamenti -fino a soccomberne- e di un uomo che «non fu un siciliano, né un romano, né un tedesco, né un mélange di teutonico e latino, ancor meno un quasi-musulmano: fu un Hohenstaufen e un Altavilla» (367).

Scienza e arti all’ombra del vulcano

Il monastero di San Nicolò l’Arena. XVIII – XIX secolo
Catania – Sala Vaccarini delle Biblioteche riunite Civica e Ursino Recupero
Sino al 16 dicembre 2009

scienza_arti_vulcano

Il Monastero Benedettino di Catania è uno dei luoghi più belli e importanti del Mediterraneo. Nei suoi spazi, eventi diversi hanno lasciato tracce in oggetti della più varia natura. Questa mostra -allestita nella splendida Sala Vaccarini del complesso monastico- ne offre un piccolo ma significativo saggio. Oggetti sacri si alternano a reperti geologici, lo scheletro di un elefante nano sta dirimpetto a un organo decorato, ritratti di abati convivono con busti pagani. E i libri esposti -davvero preziosi- si occupano di botanica, musica, teologia, storia, filosofia e persino del gioco degli scacchi. Una Wunderkammer ancora e tutta da scoprire.

Palermo, Milano, Bronte. Il fantoccio.

Noi sappiamo. Il suo primo finanziatore ha studiato nello stesso luogo dove ho studiato io. Sappiamo che le enormi somme con le quali a Milano cominciò la trista avventura del fantoccio vennero dall’Isola. Non si è fatto da sé, costui, ma lo hanno fatto i soldi di Palermo. «E comunque quel che deve intimorire e intimorisce oggi il premier non è la personale credibilità presso le cancellerie dell’Occidente, ma fin dove si può spingere e si spingerà l’aggressione della famiglia mafiosa di Brancaccio, determinata a regolare i conti con l’uomo – l’imprenditore, il politico – da cui si è sentita “venduta” e tradita» (Fonte: Repubblica, 28.11.2009).
Non c’è alcuna grandezza, in tutto questo. Non c’è, soprattutto, politica. “Destra, sinistra, comunismo, libertà…” diventano qui parole vuote, segni violenti e violentati. C’è solo la realtà dei soldi, soldi, soldi. I siciliani sono i padroni dell’Italia. Lo sono dallo sbarco dell’esercito statunitense, che affidò le amministrazioni locali ai mafiosi siculo-americani, passando per Scelba e Portella della Ginestra, per Andreotti -sfinge e interfaccia dei palermitani-, per il messinese Sindona, e arrivando al presente. I siciliani, i mafiosi sono i padroni dell’Italia. Oggi più che mai. La palma è arrivata ai confini, e va oltre. C’è da esserne orgogliosi.

Il birraio di Preston

Teatro Strehler – Milano
dal romanzo di Andrea Camilleri
riduzione e adattamento teatrale di Andrea Camilleri e Giuseppe Dipasquale
regia di Giuseppe Dipasquale
con Pino Micol, Giulio Brogi, Mariella Lo Giudice, Gian Paolo Poddighe
, Ester Anzalone
produzione Teatro Stabile di Catania
Sino al 15 novembre 2009

birraio_preston

1874, Sicilia. A Vigàta il toscano prefetto Bortuzzi ha scelto per l’inaugurazione del nuovo teatro un’opera dello sconosciuto e modesto Luigi Ricci –Il birraio di Preston– che nessuno in paese vuole. Vengono coinvolti in questa personale ossessione cittadini, parroci, mafiosi, soldati e poliziotti, funzionari, mazziniani…sino a scoprire solo nelle ultime battute le ragioni di quella impopolare scelta.
La riduzione dal romanzo rende il testo frammentario e in alcuni passaggi immotivato e confuso. Nonostante la critica abbastanza esplicita all’arbitrio del potere, il tono complessivo è da vaudeville. Alcune soluzioni registiche sono ben riuscite -ad esempio, gli incontri in chiesa della vedova Lo Russo e del suo spasimante, scanditi dal coro degli astanti in stile messa cantata- ma l’impressione è quella dell’ennesimo sfruttamento delle trovate di un autore sopravvalutato.

I saltati e i salvati

Due volte, tanti anni fa, un amico che conosceva quegli ambienti mi disse che la mafia non c’entrava molto, che era stata l’esecutrice di volontà politiche: dopo la morte di Dalla Chiesa e dopo la strage che uccise Borsellino e la sua scorta. Fui un ingenuo a non credergli. Adesso capisco che aveva ragione. Il procuratore Piero Grasso ha ammesso con chiarezza l’esistenza di una “trattativa” tra lo Stato e la Mafia, due entità in Italia spesso complici. [Fonte: la Repubblica]. Trattativa che portò all’«accelerazione probabile della strage di Borsellino, [che] può allora essere servita a riattivare, ad accelerare la trattativa con i rappresentanti delle istituzioni. (…) Anche via D’Amelio – sospetta Grasso – potrebbe essere stata fatta per “riscaldare” la trattativa. In principio pensavano di attaccare il potere politico e avevano in cantiere gli assassinii di Calogero Mannino, di Claudio Martelli, Giulio Andreotti, Carlo Vizzini e forse mi sfugge qualche altro nome. Cambiano obiettivo probabilmente perché capiscono che non possono colpire chi dovrebbe esaudire le loro richieste. In questo senso si può dire che la trattativa abbia salvato la vita a molti politici». Peccato.

Vai alla barra degli strumenti