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Dürrenmatt su Berlusconi

«L’uomo al quale la città doveva soccombere viveva già fra di noi quando non gli facevamo ancora caso. Lo notammo solo quando cominciò a dare nell’occhio con un comportamento che ci parve ridicolo, tanto è vero che in quei tempi ci si burlava parecchio di lui: eppure, quando divenimmo attenti, aveva già la direzione del teatro. Non ridevamo di lui come si ride di persone buffe per ingenuità o arguzia, bensì come a volte si ride di cose sconce. Tuttavia è difficile dire cosa ci inducesse a ridere nei primi tempi della sua comparsa, tanto più che in seguito lo trattammo non solo con rispetto servile -e questo ci era ancora comprensibile, quale segno di timore- ma anche con franca ammirazione. Singolare era soprattutto il suo aspetto. Era piccolo di statura. Aveva un corpo che sembrava senz’ossa, tanto che emanava da lui un che di viscido. […]..] Però è incerto quando presagimmo per la prima volta in lui la possibilità del male […]..] pensavamo allora a una mancanza di gusto piuttosto, oppure ridevamo della sua supposta stupidità»
(“Il Direttore del teatro” [1945] in Racconti, trad. di U. Gandini, Feltrinelli 1996, p. 29)

Portogallo Italia

Una povera dittatura provinciale. Questo fu il Portogallo di Salazar per alcuni decenni. Un Paese clericale in mano a un primo ministro con pieni poteri, in perenne recessione economica, isolato dall’Europa, nel quale l’esercito controllava le strade. Un Paese con aspirazioni ancora coloniali ma piccino piccino. Nato nel 1922, Josè Saramago conobbe bene tale regime e vi si oppose. È forse anche per questo che ha descritto l’infamia italiana con parole terribili, tra le quali: «Questa cosa, questa malattia, questo virus minaccia di essere la causa della morte morale del paese di Verdi se un conato di vomito profondo non riuscirà a strapparlo dalla coscienza degli italiani prima che il veleno finisca per corrompere le loro vene e per squassare il cuore di una delle più ricche culture europee. (…) Non c’è chi non sappia in Italia e nel mondo intero che la cosa Berlusconi da molto tempo è caduta nella più completa abiezione».

Vincere

di Marco Bellocchio
Italia 2009
Con: Giovanna Mezzogiorno (Ida Dalser), Filippo Timi (Benito Mussolini)
Trailer del film

 

Cinque minuti. Questo è il tempo che il Mussolini socialista massimalista dà a Dio per fulminarlo durante un dibattito a Trento nel 1907 con dei cattolici. Il vano trascorrere dei secondi sarà la prova -afferma- che Dio non esiste. Così comincia il film e così inizia anche la passione della giovane Ida Dalser per il dirigente del PSI. Da tale passione nasce il giovane Benito Albino. Alla carriera di Mussolini, nel frattempo transitato fra gli interventisti ed espulso dal suo partito, questo legame (sancito da un matrimonio in chiesa, mentre Rachele era stata sposata in municipio…) è però di ostacolo. Quando il rivoluzionario diventa il padrone dell’Italia, Ida e il figlio vengono isolati, controllati, reclusi in manicomio. Morranno prima del Duce.

Il film utilizza un raffinato intreccio di narrazione e documentazione, sceglie moduli espressivi del cinema degli anni di cui racconta -sovrapposizioni, dissolvenze, formule testuali dentro l’immagine-, restituisce il dolore degli eventi con un’atmosfera cupa e crepuscolare, nella quale domina il nero. I due protagonisti sono molto intensi e la vicenda culmina nel figlio ormai “pazzo” che imita alla perfezione i comizi del padre, accentuandone l’intrinseca e buffonesca follia.

 

Il mito capovolto. Il linciaggio mediatico di Pasolini

Catania – Monastero dei Benedettini
A cura di Roberto Chiesi
Sino al 28 maggio 2009

pasoliniconpistola_toccafondo

I libri di Pasolini, alcune sue fotografie, numerose riproduzioni di articoli di giornali, i disegni di Gianluigi Toccafondo che di quegli articoli distillano la violenza, un video. Questi i materiali e i documenti che compongono una mostra che ripercorre la vicenda di Pasolini con la varietà di mezzi espressivi che a Pasolini piaceva.

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Lucertoloni

In un breve testo dello scorso 25 maggio  intitolato Caramelle da sconosciuti Vittorio Zucconi scrive: «A parte l’arazzo di balle che papi sta tessendo pubblicamente, e purtroppo ormai anche per i media stranieri come CNN, naturalmente nell’encomiabile sforzo di mantenere privati fatti personali, mi chiedo, da padre di una bambina e da nonno di vari marmocchi, che cosa le avrei detto se un uomo anziano con due dita di fondo tinta spalmato in faccia e una testa di capelli finti incollati al cranio l’avesse coperta di regalini e l’avesse invitata a festicciole in villa con altre coetanee, senza genitori».

Quanta ingenuità! Molti genitori italiani -mamme soprattutto ma anche papà- non desiderano altro per le proprie figlie che l’agognata, la lustrinante, la divina televisione. Come se l’apparire in quella scatola garantisse dalla morte e dalla tristezza. Agisce poi il compiacimento papamammesco per la bellezza delle pargole. Infine, e soprattutto, il danaro che un uomo così potente e ricco porta in famiglia. La moglie lo ha detto con chiarezza, mi pare: «vergini offerte al drago». Che il drago sia una vecchia lucertolona (anche caimano è troppo) osannata da tanti italiani è il clamoroso segno di un popolo di merda.

Cipria

Alessandra Tarantino, dell’agenzia AP, è riuscita a fotografare SB mentre finge di detergersi il sudore in pubblico e in realtà si passa un tampone imbevuto di cosmetici. Tutto finto. Tutto coerente. Tutto lifting. Tutto manipolato. Tutto «una guerra illustre [e disperata] contro il tempo» (A. Manzoni). Tutto triste. Tutto grottesco. Tutto televisivo. Tutto menzogna. Tutto niente. Tutto un crepuscolo di cipria, di polvere.

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