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Il mito capovolto. Il linciaggio mediatico di Pasolini

Catania – Monastero dei Benedettini
A cura di Roberto Chiesi
Sino al 28 maggio 2009

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I libri di Pasolini, alcune sue fotografie, numerose riproduzioni di articoli di giornali, i disegni di Gianluigi Toccafondo che di quegli articoli distillano la violenza, un video. Questi i materiali e i documenti che compongono una mostra che ripercorre la vicenda di Pasolini con la varietà di mezzi espressivi che a Pasolini piaceva.

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Lucertoloni

In un breve testo dello scorso 25 maggio  intitolato Caramelle da sconosciuti Vittorio Zucconi scrive: «A parte l’arazzo di balle che papi sta tessendo pubblicamente, e purtroppo ormai anche per i media stranieri come CNN, naturalmente nell’encomiabile sforzo di mantenere privati fatti personali, mi chiedo, da padre di una bambina e da nonno di vari marmocchi, che cosa le avrei detto se un uomo anziano con due dita di fondo tinta spalmato in faccia e una testa di capelli finti incollati al cranio l’avesse coperta di regalini e l’avesse invitata a festicciole in villa con altre coetanee, senza genitori».

Quanta ingenuità! Molti genitori italiani -mamme soprattutto ma anche papà- non desiderano altro per le proprie figlie che l’agognata, la lustrinante, la divina televisione. Come se l’apparire in quella scatola garantisse dalla morte e dalla tristezza. Agisce poi il compiacimento papamammesco per la bellezza delle pargole. Infine, e soprattutto, il danaro che un uomo così potente e ricco porta in famiglia. La moglie lo ha detto con chiarezza, mi pare: «vergini offerte al drago». Che il drago sia una vecchia lucertolona (anche caimano è troppo) osannata da tanti italiani è il clamoroso segno di un popolo di merda.

Cipria

Alessandra Tarantino, dell’agenzia AP, è riuscita a fotografare SB mentre finge di detergersi il sudore in pubblico e in realtà si passa un tampone imbevuto di cosmetici. Tutto finto. Tutto coerente. Tutto lifting. Tutto manipolato. Tutto «una guerra illustre [e disperata] contro il tempo» (A. Manzoni). Tutto triste. Tutto grottesco. Tutto televisivo. Tutto menzogna. Tutto niente. Tutto un crepuscolo di cipria, di polvere.

Il corpo delle donne

Fermiamoci un poco. Esattamente per 25 minuti. Cerchiamo di osservare un esempio della tenace e vincente strategia gramsciana che ha condotto Berlusconi a diventare in modo del tutto naturale capo del governo dopo aver instillato per venti anni nel corpomente individuale e sociale delle immagini televisive ben precise e funzionali al suo progetto finanziario e politico. L’egemonia culturale -e cioè la creazione e il controllo dei simboli, delle parole, delle immagini– ha generato inevitabilmente la presa del potere. Marx ha sbagliato nel ritenere che quanto chiamiamo cultura sia subordinato alla struttura economica. È vero, piuttosto, il contrario.
Il corpo delle donne è un fattore decisivo di tale egemonia. Il corpo che è anche strumento e prodotto viene ricondotto soltanto a strumento e prodotto. La natura temporale del corpo è annullata in un lifting immobile e mostruoso, letteralmente.
Questo pacato e terribile documento di Lorella Zanardo e Marco Malfi Chindemi mostra la verità dell’affermazione di Pier Paolo Pasolini sulla televisione come negazione della corporeità.
Chiedo alle donne che lo vedranno: perché?

La cimice

di Vladimir Majakovskij
Teatro Strehler – Milano
Traduzione Fausto Malcovati
Con: Francesca Ciocchetti, Francesco Colella, Pierluigi Corallo, Giovanni Crippa, Massimo De Francovich, Gianluigi Fogacci, Melania Giglio, Marco Grossi, Sergio Leone, Bruna Rossi, Paolo Rossi
Regia Serena Sinigaglia
Produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa
Sino al 24 maggio 2009

Trailer dello spettacolo

cimice

Nel 1928 Prisypkin è stufo di essere un operaio, ritiene di aver fatto il suo dovere di proletario e ora intende sposarsi con la figlia di una parrucchiera. Lui porterà in dote il titolo di “compagno”, lei i rubli. Durante la festa di matrimonio scoppia un incendio. Muoion tutti, tranne Prisypkin che viene ibernato nel ghiaccio della cantina, da dove è resuscitato nel 1979.

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La montagna sacra

di Alejandro Jodorowsky
(La montaña sagrada)
Messico-USA, 1973

Un percorso di iniziazione dalla pianura politica e sociale alla montagna splendente e solitaria. La ricerca dei nove immortali che vi abitano è una foresta di simboli attinti dalle più diverse tradizioni religiose -compresa la cristologica-, magiche, astrologiche, esoteriche, alchemiche. Paure e potenze ancestrali si coniugano a un erotismo quasi meccanico e freddo; l’animalità intride ogni scena; i corpi vengono dipinti, sventrati, crocifissi, imbalsamati, ibridati; le istituzioni ecclesiali rappresentano la decadenza di ogni autentico sentimento religioso e sono punite con una costante irrisione; il potere è pura e insensata violenza; l’individuo un frammento del mondo.
Lo stile underground tipico dei Settanta appesantisce la già strabordante simbologia di colori, di costumi, di sfondi, nei quali prevalgono spesso il grottesco e l’orrorifico. L’invenzione espressiva è però ammirevole e probabilmente frutto di sostanze allucinogene. Il surrealismo diventa psicomagia e Jodorowsky -che del film è anche interprete, compositore, sceneggiatore- sembra porsi tra i Buñuel-Dalí di Un chien andalou e il Cronenberg di Videodrome e Naked Lunch. Lo scarto rispetto a ogni genere codificato emerge nell’imprevedibile chiusa, dove la finzione è svelata e il percorso deve ricominciare. Come sempre.

Lettera a Berlusconi

«È una vicenda personale che mi addolora, che rientra nella dimensione privata, e di cui mi pare doveroso non parlare». Eh no, Signor Presidente del Milan, lei non è autorizzato a dire questo, a ricondurre la vicenda alla dimensione “privata”. Lei, che da vent’anni mescola e confonde ogni evento della sua vita con ogni sorta di ambizione politica e finanziaria. Lei che ha fatto della sua persona lo spot vivente di un partito. Lei che parla sempre di tutto e le cui parole tracimano da ogni anfratto dell’universo televisivo. Lei che addita se stesso all’intera nazione come esempio da seguire, imitare, venerare in tutto ciò che fa, dalle vacanze al mare al G8, dalle finali di Coppa Campioni all’amicizia con varie ragazze (l’accusa che ora le rivolge la sua consorte), dalle urla londinesi di “Mr. Obama, Mr. Obama!” sino alle lacrime abruzzesi. Lei ha voluto fare della sua esistenza una “vita inimitabile”, la vita del Re. E, ci ha mostrato Norbert Elias, per i sovrani barocchi nulla c’era di privato: la pubblicità perenne del loro agire costituiva una delle condizioni del loro diritto al potere sull’intera nazione. Il disgusto che sua moglie prova di fronte ai suoi comportamenti rappresenta, pertanto, un fatto politico, come tutti quelli che la riguardano. Lo ha voluto lei.
Per quanto io la disprezzi, le rivolgo un consiglio sincero: non sottovaluti il potere e la tenacia di una donna. L’inizio del declino potrebbe giungere da lì, da una signora umiliata e offesa. Un declino che mi auguro rapido e totale, per il bene dell’intera Italia e, forse, anche della sua famiglia.

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