Skip to content


Mente & cervello 61 – Gennaio 2010

Che cosa rende gli umani felici? Che cosa, invece, li dispera? Le risposte sono naturalmente plurali e complesse. E tuttavia c’è anche una semplicità di fondo nella nostra specie. Siamo entità assetate d’amore, perché essere amati e amare significa raggiungere l’acmé della relazionalità che ci costituisce e significa avere la conferma del nostro valore da parte di chi riteniamo essere il valore stesso della vita: l’altro che amiamo.

leggi di più

Amare il Potere

In questi giorni il padrone d’Italia si riempie la bocca d’amore. Ma quando il Potere parla d’amore, allora la menzogna si fa assoluta. L’abisso di 1984, lo svelamento che questo libro rappresenta, non sta solo nella neolingua -quella che i giornali italiani parlano ormai tutti i giorni-; non risiede solo nella falsificazione della storia e dell’accadere operata dagli intellettuali servi -«chi controlla il passato, controlla il futuro; chi controlla il presente, controlla il passato» (ed. Mondadori, 1989, p. 260); non abita soltanto nell’apologia dell’ignoranza -«non pensare, non aver bisogno di pensare. L’ortodossia è non-conoscenza» (p. 57). La rovina sta nell’amore che il potere pretende dagli uomini sui quali esercita il proprio dominio. Per Winston Smith «ogni cosa era a posto, ora, tutto era definitivamente sistemato, la lotta era finita. Egli era riuscito vincitore su se stesso. Amava il Grande Fratello (He had won the victory over himself. He loved Big Brother) » (p. 312). Così si chiude il romanzo. Così comincia l’orrore.

Un uomo che odia(va) Berlusconi (e uno che lo ama)

«Per 14 anni, diconsi 14 anni, la Fininvest ha scippato vari privilegi, complici i partiti: la Dc, il Pri, il Psdi, il Pli e il Pci con la loro stolida inerzia; e il Psi con il suo attivismo furfantesco, cui si deve tra l’altro la perla denominata “decreto Berlusconi”, cioè la scappatoia che consente all’intestatario di fare provvisoriamente i propri comodi in attesa che possa farseli definitivamente. Decreto elaborato in fretta e furia nel 1984 ad opera di Bettino Craxi in persona, decreto in sospetta posizione di fuorigioco costituzionale, decreto che perfino in una repubblica delle banane avrebbe suscitato scandalo e sarebbe stato cancellato dalla magistratura, in un soprassalto di dignità, e che invece in Italia è ancora spudoratamente in vigore senza che i suoi genitori siano morti suicidi per la vergogna. Il dottor Silvio di Milano 2, l’amico antennato del Garofano, pretende tre emittenti, pubblicità pressoché illimitata, la Mondadori, un quotidiano e alcuni periodici. Poca roba. Perché non dargli anche un paio di stazioni radiofoniche, il bollettino dei naviganti e la Gazzetta ufficiale, così almeno le leggi se le fa sul bancone della tipografia?»

Queste durissime parole furono scritte sull’Europeo dell’11 agosto 1990 da Vittorio Feltri. Forse furono anche tali espressioni piene di odio a cominciare ad armare l’autore del (finto)attentato a s.b. Le ha ricordate Marco Travaglio su Il Fatto Quotidiano del 20 dicembre 2009. Invece chi ha sempre amato s.b. e lo ha sostenuto nei momenti di difficoltà, compreso quello attuale, è Massimo D’Alema, un politico che ha perso tutte le battaglie, un Napoleone al contrario, una garanzia a vita per s.b., un autentico comunista.

Folli

Uno psicolabile ha lanciato un oggetto contro un altro psicolabile mentre l’imponente apparato di sicurezza si apriva come il burro di fronte all’entusiasmo della folla festante. Entusiasmo del quale la vittima non può fare a meno, anche a costo di rischiare la propria incolumità. Perché tale soggetto è -come sua moglie ha attestato, oltre che le sue stesse azioni e parole- vittima anche di un delirio egocentrico da tempo senza più limiti. Non c’è nulla di politico in questo fatto. Si tratta di una questione interna alla psichiatria.
Di politico c’è invece l’odio totale che la folla di lacchè nei giornali, nelle tv, in parlamento, scaglia da anni e ora senza più freni contro le regole democratiche e la libertà di chi non si è definitivamente venduto o asservito alle follie del Padrone.

Napoli Napoli Napoli

di Abel Ferrara
Con: Luca Lionello, Salvatore Ruocco, Benedetto Sicca, Salvatore Striano
Italia/USA, 2009

Affascinato dalla bellezza e dalla violenza di Napoli, Abel Ferrara ascolta le storie di chi la abita nei quartieri spagnoli, nei bassi, nelle orribili “vele” di Scampia; di giornalisti, magistrati, organizzatori dei centri sociali. Va nelle carceri a vedere e a cercare di capire, intervistando soprattutto delle detenute, quasi tutte in galera per spaccio di stupefacenti. Intreccia poi questi racconti a delle ricostruzioni di episodi di malavita.

Il cuore nero e pulsante della città partenopea emerge in tutta la sua tenacia irredimibile. Nessun compiacimento e nessun alibi. Ma le storie di queste donne dicono molto non solo della violenza da loro esercitata e sinceramente ammessa ma anche degli apparati e delle istituzioni che dovrebbero reprimerla. Una ragazza senza più il padre e con la madre gravemente malata chiede in commissariato di incontrare il fratello più giovane arrestato da poco. Quando lo vede pestato si ribella e per questo viene condannata a due anni di carcere, per direttissima. Fior di banditi della Banca d’Italia, dei ministeri, delle imprese, grandi ladri che rubano milioni di euro rimangono ricchi e liberi -quando non stanno al potere- e una giovane donna viene buttata in carcere per aver spinto dei poliziotti. La violenza dello stato, anch’essa irredimibile.

Palermo, Milano, Bronte. Il fantoccio.

Noi sappiamo. Il suo primo finanziatore ha studiato nello stesso luogo dove ho studiato io. Sappiamo che le enormi somme con le quali a Milano cominciò la trista avventura del fantoccio vennero dall’Isola. Non si è fatto da sé, costui, ma lo hanno fatto i soldi di Palermo. «E comunque quel che deve intimorire e intimorisce oggi il premier non è la personale credibilità presso le cancellerie dell’Occidente, ma fin dove si può spingere e si spingerà l’aggressione della famiglia mafiosa di Brancaccio, determinata a regolare i conti con l’uomo – l’imprenditore, il politico – da cui si è sentita “venduta” e tradita» (Fonte: Repubblica, 28.11.2009).
Non c’è alcuna grandezza, in tutto questo. Non c’è, soprattutto, politica. “Destra, sinistra, comunismo, libertà…” diventano qui parole vuote, segni violenti e violentati. C’è solo la realtà dei soldi, soldi, soldi. I siciliani sono i padroni dell’Italia. Lo sono dallo sbarco dell’esercito statunitense, che affidò le amministrazioni locali ai mafiosi siculo-americani, passando per Scelba e Portella della Ginestra, per Andreotti -sfinge e interfaccia dei palermitani-, per il messinese Sindona, e arrivando al presente. I siciliani, i mafiosi sono i padroni dell’Italia. Oggi più che mai. La palma è arrivata ai confini, e va oltre. C’è da esserne orgogliosi.

È tutto.

«L’Italia è sempre più corrotta. O almeno è percepita come tale. Il nuovo rapporto di Transparency ha fatto precipitare il Belpaese dalla 55ma posizione dell’anno scorso alla 63ma di quest’anno, con un punteggio di 4,3 contro il 4,8 del 2008. Meglio dell’Italia si piazzano la Turchia e la Slovacchia. I Paesi meno corrotti sono la Nuova Zelanda e la Danimarca, quelli che fanno peggio sono la Somalia e l’Afghanistan»
( Fonte: la Repubblica, 17 novembre 2009 )

Tra i tanti casi, situazioni, complicità, immense facce toste che lo confermano, uno dei più chiari -ma meno discussi, anche dalla cosiddetta “opposizione”- è quello di Nicola Cosentino, viceministro dell’economia, con una richiesta di arresto da parte della magistratura per «concorso esterno in associazione camorristica». E che rimane dentro il governo italiano, come se fosse cosa normale. Normale infatti è, per uno degli stati e dei popoli più corrotti al mondo.

Vai alla barra degli strumenti