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Le Pravde

La copertina del numero oggi in edicola di Panorama raffigura il ministro Maroni con una coppola in testa e pronto a distruggere le cosche mafiose. Da settimane, ormai, i quotidiani il Giornale e Libero titolano a caratteri cubitali contro Fini e la sua famiglia. Il direttore del TG1 Minzolini appare di continuo in video per magnificare il governo e il suo presidente. Da quando Marina Berlusconi è entrata nel Consiglio di Amministrazione di Mediobanca Il Corriere della Sera è diventato anch’esso filoberlusconiano. Delle televisioni Mediaset è superfluo dire.

Nelle complesse società contemporanee -nell’infosfera in cui tutti siamo immersi- il potere non è del ministro ma del mezzo di comunicazione di massa che parla del ministro. Ecco perché l’Italia sarà sempre meno decente sino a quando -quando?- una semplice norma liberale impedirà a chiunque possieda giornali e televisioni di candidarsi al potere politico. In caso contrario, a vincere sarà lo stalinismo mediatico che oggi devasta l’Italia e che persino Famiglia cristiana è ormai costretta a denunciare. Un Paese sommerso dall’odio e dalla menzogna diffusi dai giornali e dai telegiornali in mano a Berlusconi. Questo siamo diventati.

Sprofonda

È con amaro disgusto che scrivo queste poche righe. Vivo altrove, infatti, e non vorrei più occupare la mente a rovistare nella merda. Ma Platone ci ha insegnato che non si deve permettere ai filosofi «di starsene lassù e di non volerne più sapere di tornare dai compagni in catene, e di condividere i loro onori e le loro fatiche, grandi o piccole che siano»; in questo caso, infatti, «dei pezzenti avidi di trar profitto personale si avventano sul bene pubblico» (Repubblica, VII, 519A e 521A). E allora diciamolo ancora una volta, pur in un piccolo e insignificante spazio come questo, diciamo che quanto oggi alcuni apprendono con sconcerto è evidente da decenni a chi abbia occhi e mente. Ripetiamo non soltanto che il potere è ovunque il risultato della natura perversa dell’umano ma che da vent’anni l’Italia è in mano a soggetti le cui fortune cominciarono con i soldi della mafia palermitana. Ciò che molte anime belle vanno oggi scoprendo -“ohibò, i Palazzi romani, milanesi, napoletani sono abitati da camorristi, ndranghetisti e malviventi assortiti”- è lampante da decenni. Non c’è alcun rapporto tra il governo nazionale e la malavita, l’attuale governo è la malavita.L’Italia è violentata ogni giorno dalle bande criminali che hanno occupato i ministeri romani, gli assessorati regionali, gli enti locali da Bordighera a Bronte. E lo hanno fatto con l’attiva e complice presenza degli ex comunisti, dei cattolici vaticani, degli eredi di un partito supremamente “giustizialista” qual era il MSI, dei leghisti secessionisti che hanno imparato ormai a imitare perfettamente la corruzione romana, di una legione di giornalisti asserviti. Si può sperare non nel senso civico degli italiani, che non esiste se non in piccole minoranze, ma nella miseria economica ormai sempre più incombente. In ogni caso, all’Italia va ripetuto quanto già disse Pasolini: «Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo».

Il potere, il suo segreto

BREVIARIO DEI POLITICI secondo il Cardinale Mazzarino
A cura di Giovanni Macchia
Rizzoli, Milano 1989
Pagine XXXV – 160

Il teatro, il simulare e il dissimulare, il tacere e l’osservare, il conservare segreti propri e l’apprendere quelli altrui. Anche dalle pagine di questo sobrio manuale del potere il Seicento si delinea come un’età di vertigine. Il vortice della finzione afferra nel suo gorgo ogni attimo e tutte le azioni, sino a coinvolgere il Sé profondo.
Chi intenda, in qualunque ambito e a ogni livello, governare gli umani e le situazioni deve prima di tutto volgere lo sguardo su di sé per conoscere il limite che lo costituisce. Da questa amara ma serena consapevolezza di ciò che non si è si deve partire per diventare ciò che si vuole. Lo strumento principe è il segreto, quasi una metafisica ossessione di non apparire se non quando ogni rischio è cessato. Per conservare il segreto, l’Autore individua tre mezzi. Innanzitutto tacere: «Per lo più passatela in silenzio» (pag. 66), «parla pochissimo, perché è agevole a sdrucciolare in trascorsi di lingua, quando molto si discorre» (73). Poi simulare, fingere in ogni occasione «umanità e cortesia» (11), acquisire con ogni mezzo fama di uomo virtuoso e magnanimo, perché «se una volta hai guadagnato grado di grand’uomo, anche fallando, i falli stessi ti saranno attribuiti a gloria» (32). Infine e soprattutto dissimulare. In questo verbo prediletto dai trattatisti secenteschi si condensano il silenzio e la finzione. Non un’apologia della menzogna ma solo del nascondimento, poiché non è bene apparire sempre ciò che davvero si è. In tal modo, infatti, si offrirebbero troppi appigli ai nostri nemici per conquistare la nostra persona. E dunque «nell’apparenza esteriore vestiti di tutti contrarj affetti, a quei che nascondi nell’animo» (71).

Da tale gioco quasi geometrico di affetti, delusioni, illusioni e controlli si delinea, forse paradossalmente, una particolare forma di virtù. Quella per cui «bisogna nell’encomiare, o biasimare altrui, non isfogare in troppe esaggerazioni» (38); trattare «riverentemente con ognuno, come appunto egli fosse tuo Superiore» (76); «non far insulto a’ perditori» né ad alcun rivale, appagandosi «solo della vera vittoria» (55); non imbrattarsi «mai le mani dell’altrui sangue, per non alzar grido di sanguinario e crudele» (107) e piuttosto esser «mite, o fatti apprender tale da’ sudditi, che stretto, e rigoroso» (63). Una moderazione, un equilibrio, una magnanimità e prudenza direttamente commisurate alla potenza, anzi prova e indice chiarissimo di una potenza vera. Sta qui, in questo rispetto dell’avversario, anche quando lo si sta per rovinare, il realismo di Mazzarino, il suo segreto: «Prenda pur volentieri per se altri tutta la stima; tu va in traccia per te d’una ferma, e robusta potenza» (123).

Le vicende editoriali di questo testo, edito nel 1684 in latino, tradotto in italiano nel 1698; la questione del suo vero autore -forse non Mazzarino ma certo qualcuno che lo costruì «sulla sua ombra, sul fascino che essa esercitò» (p. XI); la ricchezza e la bellezza delle sue pagine, vengono chiarite nella splendida introduzione di Giovanni Macchia (già apparsa come testo a sé in Tra Don Giovanni e Don Rodrigo, Adelphi 1989, pp. 59-92), che di questo libro costituisce la vera, intima recensione.

Pig Island

Pig Island by Paul McCarthy
Milano – Fondazione Nicola Trussardi – Palazzo Citterio
Sino al 4 luglio 2010

Nei sotterranei di Palazzo Citterio -a pochi passi dalla Pinacoteca di Brera- un uomo dormiente o forse morto accoglie i visitatori e li avvia verso questo suo bulimico e monumentale sogno. Un percorso onirico tra antiche fiabe, pirati e divette del cinema, dame settecentesche e fiumi di ketchup, falli di gomma e video pantagruelici. Un’arte per aggiunta, nella quale il surrealismo sembra trovare uno dei suoi vertici, ma è la realtà che vince. La realtà del potere sempre più folle che dilaga tra gli umani. Una sorta di Presidente Schreber che assume le fattezze dei Bush (una mescolanza di padre e figlio) mentre si accoppiano con una scrofa. Una sorta di Grande Abbuffata e di Salò o le centoventi giornate di Sodoma ma tutto declinato in salsa statunitense con gli hamburger, i cappelli, le forche e soprattutto un senso di pieno che non lascia spazio a nulla che non sia materia, pura materia: legno, plastica, silicone, acciaio, polistirolo, nylon, vetro… È l’orgia dell’opera mai completata, sempre provvisoria, vista mentre la si fa ed è pronta a cambiare, ad aggiungere ancora non senso allo spazio. Una civiltà letteralmente mostruosa si guarda allo specchio. Orripilante. Non l’opera, il mondo.

Catania dadaista

È una di quelle notizie che possono arrivare solamente da questa terra luminosa e perduta, da quest’Isola che probabilmente non esiste se non come sogno di qualche dio impazzito o ubriaco oppure agonizzante nel ricordo di trascorse glorie. A «Catania la guida turistica è un muto» recita un titolo del quotidiano locale.

Magnifico, fantasioso, malinconico e impensabile evento. Musei, città, istituzioni di tutto il mondo “ce la ponno sucare”, come si dice in questo luogo dadaista, sempre uguale e ogni volta assolutamente imprevedibile. Soltanto dal cuore lavico di Catania, un cuore mobile e però pietrificato e spento, possono sorgere dei sordi impiegati nei centralini telefonici, dei ciechi pagati per osservar le stelle, degli analfabeti alla guida di tutte le possibili accademie, dei servi al potere.

Tu, zero?

Tassare pensionati, impiegati, insegnanti e i loro lauti guadagni, salvando invece banchieri, grandi evasori, palazzinari, ai quali si garantiscono immunità, privilegi e condoni. Togliere qualche mancia a deputati, senatori, alti dirigenti pubblici, conservando intatti i loro stipendi da favola. Fare finta di cancellare le Province, eliminandone soltanto cinque e per di più tra quattro anni. Mentre l’economia è sull’orlo del baratro, occuparsi ossessivamente di leggi che imbavaglino la stampa e la Rete e che siano di festa per i criminali. Lasciare che aziende di ogni tipo chiudano ovunque, moltiplicando i disoccupati e rubando il futuro a intere generazioni. Introdurre il pedaggio sulla Salerno-Reggio Calabria, l’unica autostrada d’Europa nella quale per centinaia di chilometri si marcia a una sola corsia. Ridurre ulteriormente e drasticamente i servizi -sanità, scuola, trasporti, università, garanzie sociali- aumentando i loro costi per i cittadini e continuare a blaterare del proprio ormai stucchevole “miracolo”: «Se l’Italia può stare tranquilla è grazie a questi due signori» (indicando se stesso e Tremonti). Un’affermazione che ha lo stesso valore di quella riferita al Milan: «È la squadra che amo e perciò sono il primo tifoso. Però io quest’anno, nonostante i tanti infortuni, se avessi fatto l’allenatore avrei vinto lo scudetto con 5-6 punti di distacco…».
Davvero un visionario S.B, oltre che povero, tant’è che ieri alla domanda di un giornalista ha risposto: «Lei quanti soldi ha nel portafoglio? Io, zero; mi affido alla carità pubblica». D’altronde -diciamocelo- si può esser poveri e valere zero anche possedendo un impero. Come non dargli ragione: io no, zero; tu, zero? Se anche tu no, allora come me –lettore- sei uno dei fessi che farà la carità allo Zero.

Draquila. L'Italia che trema

di Sabina Guzzanti
Italia, 2010
Trailer del film

L’Italia ha una Costituzione, in essa vigono delle leggi. Inventare o trovare un grimaldello per superare i limiti che Costituzione e leggi pongono all’esecutivo era per Berlusconi e il suo governo una necessità primaria. Questo è stato, ed è, la cosiddetta Protezione Civile, che in nome dell’emergenza organizza persino i mondiali di nuoto a Roma e i viaggi pontifici. Il terremoto che il 6 aprile 2009 ha colpito una delle più antiche e belle città d’Italia ha rappresentato un’occasione d’oro per palazzinari e faccendieri che la notte del disastro ridevano felici alla prospettiva dei guadagni che la ricostruzione avrebbe loro garantito. È questo che il film documenta con passione, ironia e pianto. E dando voce anche a coloro tra gli aquilani che vedono in S.B. l’uomo dei miracoli, che descrivono compiaciuti l’arredamento trovato nelle nuove case ma che alla fine sono costretti ad ammettere che in queste case non possono neppure piantare un chiodo o spostare un mobile, tanto da concludere: «insomma, me sento ‘na schiava».

E in una condizione di prigionia sono stati costretti a vivere i cittadini nelle tendopoli-lager dove non si può consumare caffè «per non eccitare i terremotati», dove sono vietate le riunioni, dove “capi-campo” ed esercito controllano ogni movimento. Intanto, il cuore della città -al quale è vietato accedere persino ai suoi abitanti- è lasciato alla distruzione del tempo, all’incuria, alla desolazione. Ricostruirlo avrebbe comportato meno costi e avrebbe consentito agli aquilani di proseguire la loro storia. E invece si sono spese cifre enormi -pagate da tutti noi- per una New Town anonima, tristissima ed effimera. Ma foriera di lauti guadagni.
Splendida la figura del vecchio professor Colapietro che ha resistito, ha messo a posto a proprie spese la casa e continua a vivere tra le sue mura e i suoi libri. E che descrive con pacatezza quanto è avvenuto all’Aquila. È avvenuta una prova generale di militarizzazione del territorio, di sospensione dei diritti costituzionali, di propaganda in stile sovietico. Questo è il grande imbroglio che si nasconde dietro la Protezione Civile, ormai inquisita nei suoi più alti vertici. Un film da vedere per capire che cosa sia l’Italia del 2010.

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