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Giovanni Passannante

Sergio Colabona
Passannante
Con: Fabio Troiano (Passannante), Ulderico Pesce (Pesce), Andrea Satta (Satta), Alberto Gimignani (Marchitelli), Bebo Storti (il ministro), Maria Letizia Gorga (madre di Passannante)
Italia, 2011
Trailer del film

È una storia istruttiva. Giovanni Passannante era nato a Salvia di Lucania nel 1849. Poverissimo ma desideroso di apprendere, riuscì a imparare a leggere e a scrivere ed entrò in contatto con i mazziniani e con gli anarchici. Nel 1878 barattò la sua giacca con un coltellino per compiere un attentato dimostrativo contro Umberto I, in visita a Napoli. Conoscendo lo Statuto albertino, Passannante sperava di essere giudicato dal Senato in quanto responsabile di un tentato regicidio. Ma il governo e le polizie lo definirono pazzo, consegnandolo a un tribunale ordinario che lo condannò a morte. Umberto I commutò la pena in ergastolo. E fu questa la vendetta del re. Passannante venne infatti sepolto vivo in una cella bassa, buia, umidissima perché posta sotto il livello del mare, davanti all’isola d’Elba. Legato a una pesante catena lunga pochi centimetri, venne lasciato per decenni imputridire nei propri escrementi. Soltanto un’eccezionale complessione fisica lo fece -per sua disgrazia- sopravvivere. Quando un deputato lo visitò, rimase così sconvolto da attivarsi per chiederne il trasferimento. E Giovanni morì nel 1910, cieco e folle, in un manicomio criminale.
Ma non bastava, no, non bastava tutto questo. Sua madre, i fratelli e le sorelle furono anch’essi reclusi -senza aver mai commesso nulla- in un manicomio. E dopo la morte la testa di Passannante venne mozzata e il cranio e il cervello vennero dati a Lombroso. Poi rimasero per anni nel Museo criminale di Roma, sotto la dicitura di “criminale abituale”.
Ulderico Pesce è un attore che va raccontando da anni questa storia e che insieme a un cantante -Andrea Satta- e a un giornalista -Marchitelli- ha perorato davanti a ben quattro ministri di Grazia e Giustizia ciò che Antigone impose a se stessa anche a costo della morte: dare sepoltura al fratello. Incredibile è che soltanto nel 2007 i pochi resti -il corpo venne disperso- di Passannante vennero infine portati dal Museo romano al suo paese d’origine e lì tumulati. Ma, ancora una volta, senza cerimonie né ricordi. E tutto ciò mentre ai Savoia è stato permesso di tornare in Italia.

Il film racconta questa vicenda alternando la ricostruzione storica con le scene -grottesche- della perorazione verso i ministri e con parti dello spettacolo di Pesce. Un film che andava realizzato per sottrarre alla damnatio memoriae un uomo che non fece mai del male a nessuno se non a se stesso e che la ferocia dell’«Italia Unita» ha offeso da vivo e da morto.
Ma non è ancora finita. Non soddisfatti del male inflitto alla sua famiglia, i regnanti d’Italia imposero che il paese natale si dovesse chiamare Savoia di Lucania, nome che tuttora possiede. Chi impone i nomi impone se stesso. Ed è anche per questo che al paesino della Basilicata andrebbe restituito il vero nome, non insozzato da quello di un’infima dinastia di rozzi provinciali che soltanto delle circostanze estremamente fortunate portarono alla conquista dell’intera penisola. I Savoia sono sempre stati, e continuano a essere, un clan meschino e vigliacco. Dall’infoiato Vittorio Emanuele II al firmatario delle leggi razziali Vittorio Emanuele III, per tacere dei successori. Bene fece Gaetano Bresci a giustiziare Umberto I non soltanto per i fatti di Milano del 1898 ma anche per la strazio e la vendetta attuate contro Passannante. I nomi, le parole, sono la vita stessa degli umani. E che piazze e strade d’Italia siano dedicate ai Savoia assassini invece che alle loro vittime -dai cinque fucilati di Bronte del 1860 a Dirk Geerd Hamer nel 1978– è una vergogna nazionale.
Una storia istruttiva della miseria del potere.

Lo sguardo umano

Abdel Kechiche
Venere nera
(Venus noire)
Con: Yahima Torrès (Saartjie), Andre Jacobs (Caezar), Olivier Gourmet (Réaux)
Francia-Italia-Belgio, 2011
Trailer del film

Nel 1810 a Londra una donna del Sudafrica viene esposta come fenomeno da baraccone. Il suo guardiano domatore la mostra al pubblico in una gabbia da cui la tira fuori come fosse una selvaggia, suscitando un’esitazione eccitante. È la Venere ottentotta. Pochi anni dopo, a Parigi, la donna viene presentata in feste aristocratiche più o meno licenziose. L’eco dello spettacolo arriva ai naturalisti dell’Università che pagano i suoi padroni per studiarne il corpo e misurarne ogni dettaglio, soprattutto le grandi natiche e la particolarissima estensione delle piccole labbra della vulva. Quando la donna rifiuta di mostrarsi completamente nuda agli scienziati viene picchiata dai suoi sfruttatori. La degradazione subita la conduce a un bordello e poi per le strade, sino a che sifilide e tubercolosi non la uccidono. Questa la vicenda di Saartjie Baartman. Il corpo venne venduto dopo la morte agli stessi naturalisti che non erano riusciti a studiarla in vita come pretendevano. Un calco dell’intera persona a grandezza naturale, gli organi genitali e il cervello conservati nella formalina costituirono oggetto di lezione di anatomia razziale da parte di insigni studiosi, tra i quali Georges Cuvier. Costoro affermarono con sicurezza che la conformazione del cranio, del volto e del sedere di questa “femmina” la avvicinava assai più all’orangotango che all’Homo sapiens sapiens. Soltanto nel 2002 i resti e lo scheletro di Saartjie vennero restituiti al Sudafrica e trovarono finalmente sepoltura.

Il film si chiude proprio sulle immagini reali dell’arrivo delle spoglie di Saartjie Baartman in Africa. Si apre, invece, su una lezione tenuta da Cuvier, nella quale lo scienziato espone le proprie opinioni razziste come un dato del tutto evidente, empiricamente e razionalmente evidente. Merito non piccolo di questo film è dunque contribuire a smascherare ancora una volta la presunta neutralità delle scienze dure, le quali in realtà -come tra gli altri Foucault e Kuhn hanno dimostrato- costituiscono uno dei più formidabili strumenti al servizio del potere degli Stati e dei pregiudizi diffusi nelle società. Ma non è questo a dare senso e valore al film. Neppure lo è la critica al razzismo che intride la storia europea come quella di tutti gli altri continenti e civiltà. La magia di Venus noire sta nell’essere una descrizione dello sguardo umano. Non succede infatti nulla in questo film. Tutto quello che accade è dentro e intorno al corpo di Saartjie, nei suoi occhi. Il suo sguardo rimane sempre colmo di una profonda dignità, qualunque cosa accada, anche quando viene toccata, derisa, violata non soltanto dalle mani degli altri ma anche e soprattutto dai loro sguardi famelici, sprezzanti, curiosi, lascivi, violenti, umilianti, volgari, arroganti, avidi, gelidi. Lo sguardo di Saartjie e quello di tutti gli altri appaiono in un tessuto di primi e primissimi piani scolpiti da una cinepresa in moto perpetuo, che mostra come lo sguardo umano sia uno sguardo di ferocia.

Romanticismo e oltre

3 febbraio 2011 –  Teatro dal Verme – Milano
Chopin – Beethoven
Direttore: Antonello Manacorda
Pianoforte: Pietro De Maria
Orchestra «I Pomeriggi Musicali di Milano»

[audio:Beethoven_5_Andante.mp3]

C’è qualcosa di estenuato nel Romanticismo, specialmente in quello musicale, qualcosa di nichilistico, al di là della dolcezza. Questa è la sensazione -personalissima, certo- che mi pervade all’ascolto di Chopin. Come l’impressione di una rinuncia alla vita, di un lento accomiatarsi dalle ragioni forti del piacere, sostituito da una passione tutta interiore; dalla padronanza di sé sconfitta dalla malinconia; dalla geometria musicale barocca al cui posto si elevano costruzioni timbriche e armoniche intessute di pianto. Anche il Concerto  n.2 op. 21 non sfugge a questa identità, pur nella scrittura ancora mozartiana e nella forza in alcuni momenti dell’orchestra.

Forza che invece pervade la musica di Beethoven e la rende fuori dal tempo, libera da una identificazione completa con la propria epoca pur dovendo a essa l’inevitabile tributo di un’identità geniale e solitaria. Tra le opere del Maestro di Bonn, una delle più comprese dai suoi contemporanei fu probabilmente la Sinfonia n. 5 op. 67, proprio per quel suo cipiglio eroico e iperindividualista con cui già si presenta nelle prime note, delle quali Wilhelm Furtwängler disse che «non ci troviamo di fronte a un tema, nel senso corrente della parola, ma a quattro battute che svolgono il ruolo di un’epigrafe, di un titolo-sigla scolpito a caratteri cubitali» (citato da Edgar Vallora, Note di sala, p. 9). Troppo celebre la Quinta per dover aggiungere qualcosa, se non l’apprezzamento per l’esecuzione di Antonello Manacorda, che ha cercato di attenuare i caratteri più “destinali” di questa musica facendone emergere invece la profonda serenità, espressa dai fiati nel movimento meno scolpito e più apollineo, l’Andante con moto, che qui propongo all’ascolto nell’esecuzione della Staatskapelle Dresden diretta da Herbert Blomstedt.

Dittatura e democrazia

Le origini sociali della dittatura e della democrazia
Proprietari e contadini nella formazione del mondo moderno

di Barrington Moore jr

(Social Origins of Dictatorship and Democracy. Lord and Pesant in the Making of the Modern World, Bacon Press, Boston 1966)
A cura di Domenico Settembrini
Presentazione di Luciano Gallino
Einaudi, Torino 1979 (1969)
Pagine XXIV-612

Il sottotitolo di questo libro ne indica con esattezza l’argomento. Contadini e proprietari terrieri hanno fornito un contributo decisivo alla formazione delle strutture sociali contemporanee ma con esiti ben differenti e anche paradossali.
La rivoluzione capitalista e borghese verificatasi in tempi e modi diversi in Inghilterra, Francia, Stati Uniti ha avuto come condizione l’estinguersi della classe contadina: «la scomparsa della classe contadina significò infatti che la modernizzazione poté procedere in Inghilterra senza essere ostacolata da quel grosso serbatoio di forze conservatrici e reazionarie che si manifestarono in certi momenti dello sviluppo in Germania e in Giappone, per non parlare dell’India. Così venne inoltre eliminata dal novero delle possibilità l’eventualità di una rivoluzione contadina sul tipo russo o cinese» (pag. 34). Anche in Francia l’alleanza tra borghesia e contadini giocò a favore della prima e negli Stati Uniti non esisteva una radicata tradizione rurale. Insomma, «sbarazzarsi dell’agricoltura come attività sociale fondamentale costituisce uno dei prerequisiti per il successo della democrazia» (484).

In Asia furono tre le vie verso l’industrializzazione: la rivoluzione contadina in Cina; l’alleanza fra élite rurali e urbane in Giappone (che, come in Germania, condusse al fascismo); il caso atipico dell’India, in cui l’assenza di qualsiasi rivoluzione dall’alto o dal basso ha prodotto una forma instabile di democrazia.

In ogni caso, la struttura portante della storia è la violenza: «attraverso tutta la storia conosciuta, la sorte comune a tutte le società umane è stata quella di essere teatro di lotte, scontri, contrasti, appropriazioni violente, accompagnate da molta ingiustizia e molta repressione» (150). Barrington Moore rifiuta di legittimare questa violenza universale ma respinge anche ogni sua demonizzazione e osserva come il carattere «pacifico» della Rivoluzione inglese derivi in realtà dalla violenza esercitata nel periodo precedente; come l’aver evitato una rivoluzione abbia favorito il fascismo giapponese; come la pace sociale e la sottomessa docilità delle masse indiane sia causa di enorme miseria e di stermini apparentemente naturali ma in effetti ben radicati nella struttura sociale e nella storia dell’India. In definitiva, «la conclusione a cui sono mio malgrado dovuto giungere in seguito all’esame dei fatti è che i costi della moderazione sono stati almeno altrettanto atroci di quelli della rivoluzione, forse anzi molto di più» (570).

Moore osserva che il potere non si limita a costituire l’inevitabile strumento di convivenza tra interessi differenti ma sia sempre anche una struttura criminale e oppressiva, in ogni caso al servizio di alcuni gruppi contro altri. Ad esempio, «il contributo arrecato dall’aristocrazia alla concezione e alla realizzazione di una società libera è stato perciò pagato a un prezzo sociale spaventoso» (552). L’Autore è, in generale, convinto che molti progressi politici -verso la libertà- e sociali -verso l’industrializzazione- siano sempre pagati dai gruppi più poveri e diseredati e comportino un notevole peso di costrizione. La storia umana presenta, così, anche un carattere tragicamente ironico: «una volta di più essi [i contadini cinesi] costituirono la forza principale per portare alla vittoria un partito che si pone l’obiettivo di realizzare con l’uso spietato del terrore una fase della storia, che esso ritiene inevitabile, in cui la classe contadina cesserà di esistere» (253).

Nella sua Presentazione, Luciano Gallino ben evidenzia la grande originalità di questo testo ormai classico negli studi storico-sociali, il suo porsi al di là di schemi consolidati. Le tesi di Moore costituiscono uno «stimolo irritante per ogni occhio di tipo ideologico» (X), il loro muoversi in direzione «dell’ideale della società decente, concretamente possibile a un certo grado di evoluzione storica, […] distinto e opposto a quello di società ottima -inevitabilmente sfociante in qualche forma di persecuzione» (XII).

I decenni che ci separano dal libro hanno reso il progetto di una società decente, «intesa come una società senza guerra, povertà e grossolane ingiustizie» (XII), un ideale di per se stesso rivoluzionario e assai difficile da raggiungere. Moore non difende i grandi racconti ideologici della modernità -liberalismo, comunismo- ma neppure la conservazione delle condizioni attuali (e sempre peggiori) di vita collettiva. E offre con questo un’indicazione metodologica di grande onestà scientifica ed etica: «per tutti gli studiosi di scienze umane la simpatia per le vittime del processo storico e lo scetticismo verso le pretese dei vincitori costituiscono una salvaguardia essenziale contro il pericolo di lasciarsi abbindolare dalla mitologia dominante» (590).

Beethoven, l'umano

Beethoven. Sinfonie nn. 6-8-7

17 giugno 2010 – Teatro degli Arcimboldi – Milano
Orchestra «I Pomeriggi Musicali di Milano»
Direttore Antonello Manacorda

Una calma piena di tempesta, una serenità pronta a esplodere in energia. Anche questo è la Sesta sinfonia beethoveniana. Meno note e meno ascoltate ma altrettanto capaci di parlare in musica dell’umano, delle sue aspirazioni, della tristezza e della forza, sono le due sinfonie successive. In particolare, il secondo movimento della Settima -l’Allegretto– è uno dei vertici raggiunti da Beethoven. In quel suo mescolarsi di ritmi lancinanti, di marcia verso l’ignoto e di profonda pace è come se parlasse il demone stesso della musica per dire che cosa davvero sia la condizione umana in questo mondo e nel tempo.
L’esecuzione di Manacorda e dell’Orchestra dei Pomeriggi musicali è molto interessante nel suo rifiuto del sentimentalismo e del titanismo -due diversi e complementari aspetti della tracotanza del soggetto e dunque del limite romantico- a favore di una forma limpida e volta a restituire la cupezza e la solarità inscindibili di questa musica.

[audio:Beethoven_7_ Allegretto.mp3]

[L’esecuzione che qui si può ascoltare è quella di Wilhelm Furtwängler  e  dei Wiener Philharmoniker (1954)]

Nabucco

Teatro Carlo Felice – Genova
Nabucco
(1842)
di Giuseppe Verdi
Libretto di Temistocle Solera
Direttore d’orchestra Daniel Oren
Regia di Saverio Marconi
Scene di Alessandro Camera
Orchestra e Coro del Teatro Carlo Felice, Maestro del Coro Ciro Visco.
Con Dimitra Theodossiou (Abigaille), Devid Cecconi (Nabucco), Tiziana Carraro (Fenena), Luiz-Ottavio Faria (Zaccaria)
Sino al 2 marzo 2010

Bellissime le scene di questo spettacolo. Giuseppe Camera ha ideato un anfiteatro dentro il quale una struttura circolare si alza e si abbassa ad aprire e a chiudere ambienti; le pareti esterne del cono sono riempite di scrittura ebraica o cuneiforme. La regia, invece, mi è parsa piuttosto statica. Diseguali gli interpreti, pacato e forte il coro, filologica la direzione di Oren. Gli spiriti risorgimentali sono ancora vibranti in questa musica e la scelta del Nabucco -primo successo di Giuseppe Verdi- come opera che apre la stagione del Carlo Felice è forse anche un omaggio ai 150 anni dell’Unità d’Italia.

[audio:verdi_va_pensiero.mp3]

[ Esecuzione del Coro di Roma della RAI – Direzione d’orchestra di Fernando Previtali (1951) ]

SCAPIGLIATURA. Un “pandemonio” per cambiare l'arte

Milano – Palazzo Reale
Sino al 22 novembre 2009

Un gruppo di scontenti e ribelli, «vero pandemonio del secolo…serbatoio…dello spirito di rivolta e di opposizione a tutti gli ordini stabiliti». Questo, nelle parole di Cletto Arrighi, volle essere la Scapigliatura. Una delle prime, esitanti avanguardie. Ancora troppo vicina allo spirito romantico, all’eccesso di sentimento e di ribellione etica che spesso è di ostacolo a una vera rottura degli schemi concettuali. E tuttavia fu una prima dissoluzione della forma, un inizio nell’itinerario teso a comprendere come non nella materia ma nella mente stia la ricchezza della percezione, dello spazio, del senso. È nella scultura di Medardo Rosso che tutto questo perviene forse alla sua massima espressione, in quel bronzo così denso e insieme così dinamico, puro movimento dell’interpretazione di chi guarda.

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(Medardo Rosso, Conversazione in giardino)

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