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Vita pensata 15 – Ottobre 2012

È uscito il numero 15 di Vita pensata, Rivista di filosofia

[Miei contributi]

Editoriale: Identità e differenza (con Giusy Randazzo), p. 4

Perdita e linguaggio. Su Heidegger e Rilke, pp. 11-13

Plotino. La mente nichilistica, pp. 54-59 (Se dovessi consigliare la lettura di uno soltanto dei miei articoli, indicherei questo tentativo di presentare criticamente il pensiero dell’ultimo filosofo pagano)

Reality, pp. 65-67

Dante, la musica pp. 70-71

 

Indice (in formato pdf)

 

Bach. Il come e l'altrove

21 settembre 2012 – Teatro Coppola – Catania
JSB – Come Bach
Primo studio

di Lavoro Nero Teatro

Interpreti
Cristiano Nocera – voce recitante
Johanne Maitre – oboe
Enrico Dibbenardo – clavicembalo

 

«Immaginate una pozza di neve sciolta…», così comincia questa narrazione della vita di JSB. Una pozza d’acqua vicino alla quale un bambino di dieci anni, da poco rimasto orfano, attende. E poi la formazione da autodidatta, i viaggi a piedi per centinaia di chilometri tra le diverse regioni della Germania, i primi incarichi, i conflitti, gli amori. L’amore assoluto è per Frau Musik, per la Signora Musica. Ma forse neppure Johann Sebastian Bach si rendeva conto di che cosa la musica avrebbe fatto per lui e lui per la musica. Bach non è infatti un musicista, un compositore, un artista, per quanto eccelso. Bach è la musica. A partire da lui tutto è cambiato, il contrappunto è diventato la regola del pulsare e dello stare; la concertazione ha assunto arditezze prima impensabili; a essere “ben temperata” è stata la vita di chi nelle sue note disumane si immerge. Disumane perché probabilmente Bach è stato un’entità venuta dall’altrove a insegnarci che cosa possano fare il silenzio e i suoni tra loro mescolati. Ma Bach è stato anche un umano -uno di quegli umani che da soli giustificano l’esistenza della specie- e questo spettacolo racconta la sua calda e spesso difficile umanità. Un work in progress come lo ha definito Cristiano Nocera, autore e voce recitante, che sulla base della documentazione disponibile sta costruendo e ricostruendo gli anni della vita di Bach. E lo sta facendo, con rigore e leggerezza, per quel Teatro Coppola che da luogo abbandonato e dismesso dagli immondi amministratori di Catania è diventato uno dei centri culturali più vivaci della città.
La voce bella e calda di Nocera si è alternata alle note eseguite dai musicisti. E Bach è tornato tra noi. Noi «come Bach».

Al termine

Viaggio al termine della notte
Da Louis-Ferdinand Céline, di e con Elio Germano e Teho Teardo
Teatro elfo puccini – Milano
Musica Teho Teardo, al violoncello Martina Bertoni
Lettura scenica in forma di concerto
Produzione: Fondazione Teatro Piemonte Europa
Sino al 19 febbraio 2012

Vibrano la chitarra e il violoncello elettrici. Vibrano di note aspre e tuttavia armoniose. Come aspra e armoniosa -di una perfezione cercata con il cesello- è la scrittura di Céline, intessuta e materiata di un linguaggio senza modelli, insieme gergale ed elegante, immediato e costruito, sensuale e plebeo, senza mai essere volgare. Il corpovoce di Elio Germano modula la petite musique del Voyage au bout de la nuit cercando di comunicare tutta la passione che questo scrittore ha avuto per l’umano e per le cose. Passione nel senso di una sofferenza profonda e passione come slancio verso una comprensione dell’oscuro itinerario che è l’esistenza consapevole di sé. «La vita è questo, una scheggia di luce che finisce nella notte» (trad. di E.Ferrero, Corbaccio 1995, p. 376).
Tra i frammenti del Viaggio che questo spettacolo intenso e troppo breve mette in scena risuonano altre verità: “È degli uomini che bisogna aver paura, solo degli uomini; l’amore è l’infinito ridotto al livello dei barboncini; non la morte che incontriamo ma la morte che siamo”. E poi il disprezzo per la guerra, per la sua imbecillità assurda e infernale. Si rimane sempre attoniti e ammirati davanti alla semplicità con la quale Céline enuncia la struttura del mondo, il suo cieco fondamento, la sua disperata continuità. Come se dal gorgo immondo e immenso della materia fosse emersa una voce limpida, un bagliore accecante, una visione capace di dire altro rispetto alle convenzioni con le quali cerchiamo reciprocamente di sopportarci, di dire oltre l’illusione, di enunciare non la notte che ci avvolge, non il buio che percorriamo ma la notte che siamo.

 

Inter / Vallum

Roberto Ciaccio
Inter / Vallum

Milano – Palazzo Reale
Sino al 20 novembre 2011
A cura di Remo Bodei, Kurt W. Forster, Arturo Schwarz

La Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale è uno dei luoghi più stranianti di Milano. Quasi fuori dal tempo con le sue colonne, le statue, gli specchi che sono sopravvissuti al bombardamento subìto da parte dell’aviazione inglese durante la II guerra mondiale. Non ci sono più i grandi lampadari, l’arredamento, gli affreschi. Rimane un vasto spazio. Vuoto. E che diventa sede di volta in volta di alcune delle iniziative più originali della città.
È per questo luogo che Roberto Ciaccio ha pensato una Suite di opere dal titolo Revenants. Grandi lastre di ferro, rame, ottone, zinco. Incise, dipinte, stampate in modo che la differenza dell’una con l’altra sia minima, eppure ci sia. Ne scaturisce una serialità che torna -appunto- su se stessa ogni volta mutata, più fonda, più inquieta, più calma. Una grande semplicità nasconde e rivela la stratificazione concettuale ed estetica che Ciaccio ha coltivato e accumulato negli anni e che si rivela in opere quali Annotazioni di luce, dedicate agli Holzwege heideggeriani; nello studio di filosofi come Bergson, Husserl, Merleau-Ponty, Benjamin, Derrida, Barthes; nella continuità con la musica di Stockhausen, in particolare con Mantra, l’opera per due pianoforti e modulatore ad anello eseguita nella stessa sala in occasione dell’inaugurazione della mostra. Di Mantra Ciaccio coglie «il suono vibrante e modulato -quasi l’inquietante oscillazione di una grande lamiera in uno spazio oscuro- suono in espansione o in contrazione, così voluto da Stockhausen nelle tredici sezioni della partitura, suono-evento che induce uno stato ipnotico, meditativo, contemplativo e risveglia, secondo l’interpretazione dei mantra, energie psichiche e mentali che, in un processo di illuminazione iniziatica, incontrano quell’energia cosmica che tutto pervade» (R.Ciaccio, Energia. Suoni e visioni. Risonanze Revenants, nel catalogo edito da Skira, p. 52). È Stockhausen, infatti, a dire della propria opera che «the unified construction of MANTRA is a musical miniature of the unified macro-structure of the cosmos, just as it is a magnification into the acoustic time-field of the unified micro-structure of the harmonic vibrations in notes themselves» (Ivi, p. 95).
Il tempo e la luce sono le questioni che l’artista pone a se stesso e a chi attraversa le sue opere. Nutrito delle ombre di Caravaggio, della «lucidità ottica della visione» di Vermeer (A.Schwarz, Roberto Ciaccio, poeta della luce, ivi, p. 105), Ciaccio coniuga la luce al tempo. Ma ciò non sembra restituirgli pace, piuttosto moltiplica l’angoscia e il desiderio di «sottrarre l’istante al fluire del tempo» (E.Restagno, Quattro passi con un artista del nostro tempo, ivi, 83). È forse per tale ragione che in queste opere tutto sembra fermo, preso nell’immobilità della ripetizione, limine della morte.
Nelle lastre di Ciaccio domina una verticalità viola, bianca, nera, grigia, fatta di croci che sembrano scudi posti a difesa di città antiche, di specchi che riflettono il buio delle cose, ma una verticalità che diventa anche la sottile lama di luce che taglia la tenebra dando senso e pienezza alla materia. E la materia stessa non è altro che energia, misura, abisso, caos racchiuso dentro spranghe di ferro. Opaco è l’attraversamento del mondo e di se stessi ma nel silenzio della sala vibra il mantra della materia, l’inquietudine di suoni primordiali.

Barocco

Stagione 2011-2012 dell’Associazione Musicale Etnea
7 ottobre 2011 –  Palazzo Biscari – Catania
Balli italiani
Variazioni a tre nell’Italia barocca
Musiche di Merula, Marini, Pesenti, Vivaldi, Falconiero,Vitali, Corelli, Reali
Sonatori de la Gioiosa Marca

Gioiosa è davvero la musica quando chi la esegue si diverte e si fa una sola cosa con quei suoni che ci ricordano come l’esistenza sia un intrico di geometria e di scarto dal prevedibile, dal già fissato. E allora gli attimi possono danzare, come si faceva al ritmo delle ciaccone, delle passacaglie, delle follie, dei capricci, del passo e mezzo, che rendono il Barocco una festa permanente, malinconica, aritmetica.
I sonatori della marca trevigiana hanno interpretato tale repertorio con la lievità e il rigore da cui queste musiche sono scaturite. E come regalo ulteriore ci hanno offerto due brani di Marco Uccellini (1603 ca. – 1680), uno dei quali è l’Aria sopra la Bergamasca che propongo all’ascolto e che invito a ballare  😀

[audio:Uccellini_Bergamasca.mp3]

Sultans of Swing

Dire Straits
(1978)

Una chitarra immortale, quella di Mark Knopfler.
Una canzone sul piacere di suonare, sulla musica come scopo.

You check out Guitar George
he knows all the chords
Mind he’s strictly rhythm he
doesn’t want to make it cry or sing
And an old guitar is all he can afford
When he gets up under the lights to play his thing
And Harry doesn’t mind if
he doesn’t make the scene
He’s got a daytime job he’s doing alright
He can play the honky tonk just like anything
Saving it up for Friday night
With the Sultans with the Sultans of Swing.

[audio:DS_Sultans.mp3]

Romanticismo e oltre

3 febbraio 2011 –  Teatro dal Verme – Milano
Chopin – Beethoven
Direttore: Antonello Manacorda
Pianoforte: Pietro De Maria
Orchestra «I Pomeriggi Musicali di Milano»

[audio:Beethoven_5_Andante.mp3]

C’è qualcosa di estenuato nel Romanticismo, specialmente in quello musicale, qualcosa di nichilistico, al di là della dolcezza. Questa è la sensazione -personalissima, certo- che mi pervade all’ascolto di Chopin. Come l’impressione di una rinuncia alla vita, di un lento accomiatarsi dalle ragioni forti del piacere, sostituito da una passione tutta interiore; dalla padronanza di sé sconfitta dalla malinconia; dalla geometria musicale barocca al cui posto si elevano costruzioni timbriche e armoniche intessute di pianto. Anche il Concerto  n.2 op. 21 non sfugge a questa identità, pur nella scrittura ancora mozartiana e nella forza in alcuni momenti dell’orchestra.

Forza che invece pervade la musica di Beethoven e la rende fuori dal tempo, libera da una identificazione completa con la propria epoca pur dovendo a essa l’inevitabile tributo di un’identità geniale e solitaria. Tra le opere del Maestro di Bonn, una delle più comprese dai suoi contemporanei fu probabilmente la Sinfonia n. 5 op. 67, proprio per quel suo cipiglio eroico e iperindividualista con cui già si presenta nelle prime note, delle quali Wilhelm Furtwängler disse che «non ci troviamo di fronte a un tema, nel senso corrente della parola, ma a quattro battute che svolgono il ruolo di un’epigrafe, di un titolo-sigla scolpito a caratteri cubitali» (citato da Edgar Vallora, Note di sala, p. 9). Troppo celebre la Quinta per dover aggiungere qualcosa, se non l’apprezzamento per l’esecuzione di Antonello Manacorda, che ha cercato di attenuare i caratteri più “destinali” di questa musica facendone emergere invece la profonda serenità, espressa dai fiati nel movimento meno scolpito e più apollineo, l’Andante con moto, che qui propongo all’ascolto nell’esecuzione della Staatskapelle Dresden diretta da Herbert Blomstedt.

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