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È tutto.

«L’Italia è sempre più corrotta. O almeno è percepita come tale. Il nuovo rapporto di Transparency ha fatto precipitare il Belpaese dalla 55ma posizione dell’anno scorso alla 63ma di quest’anno, con un punteggio di 4,3 contro il 4,8 del 2008. Meglio dell’Italia si piazzano la Turchia e la Slovacchia. I Paesi meno corrotti sono la Nuova Zelanda e la Danimarca, quelli che fanno peggio sono la Somalia e l’Afghanistan»
( Fonte: la Repubblica, 17 novembre 2009 )

Tra i tanti casi, situazioni, complicità, immense facce toste che lo confermano, uno dei più chiari -ma meno discussi, anche dalla cosiddetta “opposizione”- è quello di Nicola Cosentino, viceministro dell’economia, con una richiesta di arresto da parte della magistratura per «concorso esterno in associazione camorristica». E che rimane dentro il governo italiano, come se fosse cosa normale. Normale infatti è, per uno degli stati e dei popoli più corrotti al mondo.

Il ghigno

«Egli era allora, come oggi, il tipo concentrato del piccolo borghese italiano, rabbioso, feroce, impasto di tutti i delitti lasciati sul suolo nazionale da vari secoli di dominazione degli stranieri e dei preti».
Così scriveva Antonio Gramsci su Ordine Nuovo del 15 marzo 1924. Si riferiva a Benito Mussolini ma la rabbia, il ghigno, la miseria umana, l’impasto dei delitti contro la libertà e la dignità dello stare al mondo, valgono assai più oggi che allora. Ottant’anni trascorsi invano. A conferma che nella storia non si dà progresso e che aveva ragione Étienne de La Boétie sulla «servitù volontaria» alla quale individui e masse si consegnano.

Pestiamoli

Alcuni siti e quotidiani hanno pubblicato le fotografie di Stefano Cucchi, un tossico ammazzato dalle “forze dell’ordine” perché trovato in possesso di 20 grammi di hashish. Vari benpensanti ritengono che in fondo lui, come anche per esempio Aldo Branzino o Federico Aldrovandi, se la sia cercata; che se non vai in giro con la droga queste cose non ti succedono.
Sono sempre d’accordo con le persone per bene e quindi propongo di riservare il medesimo trattamento ai numerosi deputati, senatori, ministri o sottosegretari della Repubblica, amministratori pubblici, agiati e noti imprenditori privati, uomini e donne di spettacolo che utilizzano, comprano, cercano ogni giorno cocaina e analoghe sostanze, in questo modo alimentando il crimine. Pestiamoli, pestiamoli duro, pestiamoli sino a cavare loro il sangue. Se le cercano, no? E se poi vanno pure a puttane (“escort” o “trans” che siano) eviriamoli, così imparano.
Non sono soltanto servi e ladri, gli italiani, ma anche un popolo di ipocriti, ammirando nei potenti le stesse azioni che ai deboli costano la morte.

Lo stato criminale

Ancora ci si stupisce, ancora alcuni giornali agitano scandali e altri giornali nascondono oppure delirano di complotti della magistratura (!), ancora si aspettano indagini, processi, sentenze. Come se non fosse evidente a chiunque sappia guardare con un minimo di oggettività i fatti e la condizione dell’Italia che essa ha superato il modello colombiano, che ormai da decenni è in mano a organizzazioni criminali di ogni genere: Logge massoniche i cui programmi sono diventati azione di governo; affiliati di Cosa Nostra che hanno fondato partiti che vincono le elezioni; Camorre che amministrano intere regioni; cittadini complici dei banditi e dei magnaccia che eleggono negli enti locali, succubi dello strapotere di ladri che allignano in ogni ambito della vita sociale (sanità, pubblica amministrazione, scuole, università…).
Un intero popolo ridotto a Lumpenproletariat, a proletariato straccione di nuovi ricchi xenofobi e ignoranti al Nord, di miserabili che al Sud si vendono «per dieci chili di pasta o per la scarpa sinistra o per un posto di lavoro o per l’acqua» (come scrive Giusy Randazzo), di cattolici pronti a sostenere un sardanapalo crapulone pur di ottenere privilegi finanziari e “morali”, di raccomandati ovunque. Gli anarchici sanno da sempre che lo stato è criminale, che la lotta non è tra il bene delle istituzioni e il male delle organizzazioni malavitose ma si combatte tra gli uomini liberi e i malviventi che stanno dappertutto.

I saltati e i salvati

Due volte, tanti anni fa, un amico che conosceva quegli ambienti mi disse che la mafia non c’entrava molto, che era stata l’esecutrice di volontà politiche: dopo la morte di Dalla Chiesa e dopo la strage che uccise Borsellino e la sua scorta. Fui un ingenuo a non credergli. Adesso capisco che aveva ragione. Il procuratore Piero Grasso ha ammesso con chiarezza l’esistenza di una “trattativa” tra lo Stato e la Mafia, due entità in Italia spesso complici. [Fonte: la Repubblica]. Trattativa che portò all’«accelerazione probabile della strage di Borsellino, [che] può allora essere servita a riattivare, ad accelerare la trattativa con i rappresentanti delle istituzioni. (…) Anche via D’Amelio – sospetta Grasso – potrebbe essere stata fatta per “riscaldare” la trattativa. In principio pensavano di attaccare il potere politico e avevano in cantiere gli assassinii di Calogero Mannino, di Claudio Martelli, Giulio Andreotti, Carlo Vizzini e forse mi sfugge qualche altro nome. Cambiano obiettivo probabilmente perché capiscono che non possono colpire chi dovrebbe esaudire le loro richieste. In questo senso si può dire che la trattativa abbia salvato la vita a molti politici». Peccato.

Videocracy. Basta apparire

di Erik Gandini
Svezia, 2009
Trailer del film

videocracy

Vedere questo film è stato un grande, puro divertimento. Videocracy è fatto di un montaggio intelligente e sempre meditato, di musiche capaci di cogliere la natura tragica di immagini frivole, dell’epopea del Presidente che si intreccia con l’analogo sogno di un giovane operaio. Vi prende forma e figura un mondo surreale e realissimo nel quale il potente Lele Mora -agente e creatore di stelle televisive- rivendica di essere un mussoliniano e mostra sorridendo dei filmati nazionalsocialisti sul proprio cellulare; nel quale un re dei paparazzi -Fabrizio Corona- accusa di malvagità il Potere e di sé dice d’essere «un moderno Robin Hood, che toglie ai ricchi per dare a se stesso»; nel quale la storia delle televisioni commerciali, e del loro dilagare nelle case e nelle menti, diventa ed è la storia dell’Italia contemporanea. Un intreccio inestricabile di epica e di farsa, di casalinghe che si spogliano e di istituzioni che applaudono.

Il commento è sempre discreto e sobrio poiché le immagini, davvero, parlano da sole. «Basta apparire», è la frase conclusiva di Lele Mora posta a epigrafe dei due finali: bellissimo il primo, con ragazze che ballano frenetiche e uguali in un silenzio siderale; meditativo il secondo, col lento incedere del Capo sorridente tra ali di folla che plaude. La politica nell’epoca della sua riproducibilità televisiva.
Immondo è certo il Presidente ma più immondo ancora è il suo Pubblico.

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