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Mente & Cervello 51 – Marzo 2009

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La memoria corporea -la più radicale e costante- si struttura e consolida nel sonno, il quale «è un processo poderosamente attivo (…) determinante per la buona qualità della nostra vita, in particolare per le attività cognitive più raffinate, come la memoria» (P.Garzia, p. 104). Dormire bene -e cioè profondamente e tra le sei e otto ore per notte- è nello stesso tempo causa ed effetto di un’esistenza equilibrata.

Misura che manca del tutto alle molteplici espressioni della follia che questo numero di M&C documenta, a volte in modo anche crudo.

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MI AMI? Do you love me?

Teatro Litta – Milano
 Di Ronald D. Laing, sui testi: Mi ami? (1976) e Nodi (1970)
Uno spettacolo comportamentale di Antonio Syxty
Con Cara Kavanagh – Guglielmo Menconi – Mister X
Scene e costumi Francesca Pedrotti
Sino all’8 marzo 2009

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Lei, lui e un terzo personaggio incappucciato recitano le illusioni, il conflitto, la solitudine della coppia. Mentre parlano (dire “dialogano” forse sarebbe troppo), fanno ginnastica, si svestono e si vestono, si toccano e si allontanano, scorrono su uno schermo le immagini ossessive e le musiche violente o melliflue della cultura popolare contemporanea. Immagini di sesso, di soldi e di merci.

Ronald Laing è stato uno degli esponenti più importanti dell’antipsichiatria. Il regista Antonio Syxty ha tratto dai suoi testi uno spettacolo pessimo perché costruito su un’estetica del puro accumulo. Parole, suoni, oggetti si sommano gli uni agli altri rimanendo dei semplici elenchi di cose e di media, senza un’idea che non sia il pervasivo riferimento alla pop art, il vero e unico segno di questa messinscena. Un’ora e un quarto di sempre uguale che sembra non finire mai. Due soli momenti riusciti: lui che si carica di tutte le vesti di lei, sino a soccomberne; le battute conclusive con le domande elementari di lei e le risposte annoiate di lui. Però, almeno, senza l’aura kitsch che pervade tutto il resto.

Per una recensione molto più empatica, segnalo quanto ne ha scritto Mario Gazzola su www.posthuman.it : Do you love me? In Messenger

Don Chisciotte

Teatro Strehler – Milano
Con Franco Branciaroli, da Miguel de Cervantes
Progetto e regia di Franco Branciaroli
Teatro de Gli Incamminati
Sino al 15 febbraio 2009

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A un certo punto dello spettacolo Branciaroli spiega che cosa sia lo humour, la sua natura, la differenza rispetto alla satira, alla beffa, al comico. E attribuisce a Cervantes (anche) il merito di aver inventato lo humour nella letteratura. Uno dei segreti del Chisciotte è l’imitazione. L’hidalgo imita i cavalieri erranti, un libro trovato per caso da lui e da Sancho imita le loro avventure. Branciaroli imita -perfettamente- Vittorio Gassman e Carmelo Bene mentre imitano, rispettivamente, Don Chisciotte e lo scudiero. Gassman imita Bene e quest’ultimo imita Gassman mentre entrambi recitano il Faust di Marlowe.  Lo spirito di Dante viene evocato a giudicare chi dei due reciti meglio la Commedia. Tutti e tre, infatti, sono ormai vivi nell’aldilà…

Un vorticoso gioco di specchi, un’idea splendida realizzata magnificamente. L’impressione è che i due grandi attori siano davvero tornati, con le loro voci, le tonalità, l’istrionismo, la malinconia, la potenza. E su tutto una riflessione partecipe e disincantata sul teatro, la sua finzione, la sua fine. Si ride moltissimo e molto si pensa, tra Totò, Peppino e Borges. Uno degli spettacoli più originali dei quali abbia goduto negli ultimi anni.

Tony Manero

di Pablo Larraín
Brasile/Cile, 2008
Con: Alfredo Castro (Raùl Peralta), Paola Lattus (Pauli), Héctor Morales (Goyo), Amparo Noguera (Cony), Elsa Poblete (Wilma)

Cile 1978. Raùl è un disoccupato la cui ossessione consiste nel diventare Tony Manero, il protagonista della Febbre del sabato sera. Età, figura, talento ostacolano questo sogno ma Raùl è disposto a qualunque azione pur di raggiungere il suo obiettivo. Rubando, uccidendo, ingannando, riesce ad apparire in uno spettacolo televisivo per casalinghe dedicato ai sosia…
Opera complessa e terribile, che si può leggere su diversi livelli. La follia soggettiva del protagonista (un eccellente, spento, impotente e gelido Alfredo Castro); il divismo televisivo e cinematografico (il primo assassinio è commesso per appropriarsi di un televisore a colori); la perdita della memoria e dell’identità culturale del Cile a favore del modello di vita “pop” statunitense; il baratro del vuoto esistenziale nel quale si muovono Raùl e le donne che condividono il suo delirio. E soprattutto una rappresentazione asciutta ed efficace dell’insicurezza e dell’immoralità alle quali conducono le dittature, quelle militari in particolare. I delitti di Raùl non hanno un significato politico e quindi nessuno li persegue; polizia ed esercito dedicano la loro attenzione, invece, a chi distribuisce volantini.
La fotografia è sgranata e contribuisce in modo determinante allo squallore quasi irreale di ciò che racconta. Un film duro, che ha vinto l’ultimo Torino Film Festival.

Si può fare

di Giulio Manfredonia
Italia, 2008
Con: Claudio Bisio (Nello), Anita Caprioli (Sara), Giuseppe Battiston (Dottor Federico Furlan), Giorgio Colangeli (Dottor Del Vecchio), Andrea Bosca (Gigio), Giovanni Calcagno (Luca), Michele De Virgilio (Nicky), Carlo Giuseppe Gabardini (Goffredo), Andrea Gattinoni (Roby), Natascia Macchniz (Luisa)

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Milano, 1983. Nello è un sindacalista che per gli operai è troppo disponibile alla logica del mercato e per i suoi colleghi è, invece, troppo puro. Viene quindi spedito ad amministrare la “Cooperativa 180”, formata da pazienti che l’omonima legge ha tolto dai manicomi. Persone molto diverse tra di loro e ridotte a occupazioni completamente inutili. Nello tratta tutti come dei veri lavoratori (a cominciare dall’apostrofarli con il “lei”), mettendosi contro la direzione sanitaria. I risultati arrivano e il riscatto sembra raggiunto. Non tutti, però, reggono il peso della vita “normale”. Quando il sogno sembra infranto, si vede quanto sia stata profonda la trasformazione avvenuta.

Film forte nel progetto, ispirato a vicende realmente accadute ed equilibrato nella realizzazione; soprattutto perché capace di evitare gli scogli dell’esemplificazione ideologica da un lato e dell’artificio zuccheroso dall’altro. Certo, nella trama tutto a volte sembra filare sin troppo liscio ma emerge in ogni caso il fatto che, contrariamente a ciò che spesso si pensa, Basaglia non nega affatto che la follia esista ma anzi che «l’istituto manicomiale nasconde, impedisce di vedere la malattia mentale e, quindi, senza sopprimerlo non ci si può rendere conto di cosa essa è, poiché è totalmente deformata e trasformata dall’istituzione» (Daniela Ovadia, Mente & cervello 40 – Aprile 2008, p. 56).
Molto bravi gli attori che interpretano i malati, alcuni dei quali forse lo sono stati davvero.

Il Sogno di Ronconi

Teatro Strehler – Milano

Sogno di  una notte di mezza estate
di William Shakespeare

Traduzione di Agostino Lombardo e Nadia Fusini

Con: Riccardo Bini, Francesca Ciocchetti, Francesco Colella, Pierluigi Corallo, Giovanni Crippa, Raffaele Esposito, Gianluigi Fogacci, Alessandro Genovesi, Elena Ghiaurov, Melania Giglio, Marco Grossi, Sergio Leone, Giovanni Ludeno, Fausto Russo Alesi, Clio Cipolletta, Gabriele Falsetta, Andrea Germani, Andrea Luini, Silvia Pernarella, Stella Piccioni, Jacopo Crovella, Mario Fedeli, Antonio Gargiulo, Sandro Pivotti

Scene di Margherita Palli
Costumi di Antonio Marras
Musiche cura di Paolo Terni
Regia di  Luca Ronconi
Fino al 2 novembre 2008 – 12/23 novembre 2008 – 9/23 gennaio 2009

Il Sogno shakesperariano è quasi un unicum nella letteratura universale anche per la perfetta geometria onirica che lo intesse, per la varietà del linguaggio e quindi dei livelli ai quali può essere fruito, per il profondo disincanto -per nulla sognatore!- sulle relazioni umane e sull’amore. Metterlo in scena è dunque difficilissimo, perché si tratta di dare figura e forma a delle idee, a una tonalità emotiva.
Anche l’impresa di Ronconi è secondo me riuscita soltanto in parte. Tutto è insieme fastoso e sobrio, fondato sull’intuizione della fisicità del sognare e quindi su una grande concretezza di movimenti e di recitazione. L’incontro tra la regina Titania e l’asino Bottom è reso, ad esempio, con grande realismo, come un vero e proprio accoppiamento. Ma rimane l’impressione della impossibilità di trasformare le parole in teatro. Probabilmente, con quest’opera Shakespeare volle costruire l’estremo e suggerire l’irraggiungibilità del verbo. Per questo l’elemento più originale dello spettaolo è costituito dalla scenografia di Margherita Palli. A rappresentare gli ambienti sono infatti delle lettere, più o meno grandi e illuminate: Atene è dunque la parola “Atene”, così per la foresta e per la luna. Una intuizione geniale.
Annotazione in margine a proposito del pubblico, che si è messo ad applaudire freneticamente  durante le scene conclusive dedicate alla rappresentazione da parte degli artigiani ateniesi della “lacrimevole commedia di Piramo e Tisbe”. Come se non si aspettasse altro che di ridere. Ed era la prima dello spettacolo, quella seguìta da un pubblico composto soprattutto di attori e di critici…

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