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Futurismo 1909-2009. Velocità+Arte+Azione

Milano – Palazzo Reale
Sino al 7 giugno 2009

Quasi cinquecento opere occupano tutto un piano di Palazzo Reale. Una documentazione pressoché completa e che tocca i tanti ambiti nei quali i futuristi espressero la loro rivoluzione formale: scultura, arti applicate, pittura, fotografia, teatro, musica, cinema, letteratura.
Dal simbolismo di Previati, attraversando lo snodo costituito dai Manifesti di Marinetti e dal suo paroliberismo, si trascorre alle tele in movimento di Boccioni, Balla, Severini, alle musiche di Luigi Russolo, alle geometrie lievi di Depero, al cinema dei fratelli Bragaglia, all’aeropittura di Tullio Crali…L’innovazione espressiva diventa sempre più profonda, assorbendo nel Futurismo gran parte delle avanguardie europee. Anche quando, per ragioni politiche, del Futurismo più non si parla, alcuni dei maggiori artisti della seconda metà del Novecento gli rendono omaggio: Lucio Fontana dà nome di Concetto spaziale -formula futurista- all’intera sua opera e i sacchi di Burri si ispirano al polimaterismo di Prampolini.

La densità teorica del movimento nasce dalla sua ispirazione eraclitea e soprattutto dalla concordanza con la filosofia di Henri Bergson, per il quale la materia è movimento, la vita è il sentirsi durare che ciascuno di noi prova con assoluta e primaria evidenza, «lo scorrere stesso, continuo e indiviso, della nostra vita interiore», il fluire ininterrotto che genera relazioni, confronti, identità e differenze (Durata e simultaneità, [1922], Raffaello Cortina 2004, p. 193). Uno scorrere radicato nel corpo, che è il corpo, poiché «a ogni momento della nostra vita interiore corrisponde un momento del nostro corpo e di tutta la materia circostante, che gli sarebbe “simultanea”: questa materia sembra allora partecipare della nostra durata interiore» (Ivi, p. 46). Per Bergson, durata e movimento sono «sintesi mentali, e non cose» (Saggio sui dati immediati della coscienza, [1889] Raffaello Cortina 2002, p.78). A tali “sintesi mentali” il Futurismo ha voluto infondere la densità materica delle opere. Una trasformazione talmente riuscita da intridere di sé molta arte successiva e da consentire di celebrare il centenario del Manifesto del 1909 in termini così “classici” che avrebbero fatto probabilmente rabbrividire Marinetti, il quale si sarebbe trovato di fronte a un se stesso diventato ormai inesorabilmente musealizzato e “passatista”.

Magritte. Il mistero della natura

Milano – Palazzo Reale
Sino al 29 marzo 2009

Il Surrealismo è diventato attraverso Magritte parte del nostro modo di vedere il mondo. La semplicità del fatto che quella dipinta «n’est pas une pipe» -certo!- perché non può essere caricata e fumata ma è soltanto la rappresentazione di una pipa, sembra ancora turbare. Al di là di questa anche troppo celebre icona, l’arte di Magritte è complessa e del tutto consapevole. La discrasia tra percezione e realtà è uno dei temi filosofici per eccellenza, dall’invito di Eraclito e Parmenide -pur così diversi- a diffidare dell’«occhio che non vede e dell’udito che rimbomba di suoni illusori», fino agli insegnamenti della Gestalt passando per la rassegnata rinuncia kantiana a conoscere la realtà come essa è in sé. Magritte germina da qui e per questo è costante il suo invito a cogliere l’enigmaticità assoluta dell’ovvio: «le mie opere sono tutte impregnate della certezza che noi apparteniamo, di fatto, a un universo enigmatico».

L’enigma è il quotidiano, l’arte cerca solo di dirlo. In questa mostra l’attenzione si concentra sui segreti del mondo naturale, dentro il quale Magritte opera la contaminazione fra i tre regni. Appaiono quindi le piante-uccelli, le aquile che si trasformano in montagne, uova/sculture, donne il cui corpo diventa cielo, intrecci impossibili di luci e di ombre come nell’intenso L’empire des lumières, la cui potenza è data dalla contemporaneità di una abitazione-giardino immersa nella notte e del cielo pienamente diurno che la sovrasta. In ogni caso, è ancora Magritte a parlare, «non si deve temere la luce del sole con la scusa che è servita quasi sempre a illuminare un mondo miserabile». La Luce è pura, come il mondo. A poter essere spento e quindi miserabile è -semmai- l’occhio umano che guarda. Il Surrealismo è un modo per aprire gli occhi sull’invisibile: «essere surrealista significa bandire dalla mente il già visto, ricercare il non visto». Il Surrealismo è una filosofia.

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