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Passports. In viaggio con l'arte

Milano – Padiglione d’Arte Contemporanea
Sino al 13 settembre 2009

Si comincia con quattro televisori che trasmettono l’ingresso della famiglia reale britannica ad Ascot nei giorni delle corse. Si chiude con le installazioni-documento di Alan Kane e Jeremy Deller dal titolo The Folk Archive, testimonianze sulla vita quotidiana degli inglesi: dalla sagre di paese ai finti escrementi lasciati qua e là, dai più improbabili carri funebri alle torte. Segnali -all’inizio e alla fine- di una tranquilla volgarità. Nel mezzo, però, altre opere della collezione del British Council immergono in alcuni tratti dell’arte contemporanea: l’indistinguibilità tra pittura e scultura; l’ibridazione con la fotografia e i video; l’utilizzo dei materiali e delle mescolanze più diverse (raffinata la Prayer Mat di Mona Hatoum: un finto tappeto costruito con migliaia di spilli placcati al nichel, al centro del quale una bussola indica La Mecca); lo studio degli effetti percettivi che rende Cataract 3 di Bridget Riley un dipinto in movimento, illusorio -certo- ma inevitabile alla visione. Proprio accanto si trova l’opera Stone Line di Richard Long, delle pietre poste sul pavimento, ovviamente immobili, mentre il quadro è praticamente frenetico.

Un’opera illuminante è l’installazione Canoe di Tony Cragg. La canoa non c’è. Si tratta, infatti, di una serie variegata di oggetti in plastica e metallo collocati nello spazio a riprodurre la forma di una canoa. E allora l’imbarcazione compare davvero, dando ragione ad Aristotele, a Husserl, alla Gestalt, per i quali l’intero è superiore alla somma delle sue parti e l’oggetto è una costruzione semantica della mente, condensata nel suo nome. Questo accade nella percezione del mondo; di tale dinamica l’arte fa la propria ragione d’essere e divenire.

Cragg. Canoe

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